Breve storia della cartografia celeste occidentale

ottobre 26, 2011  |   AstronomiaNova   |     |   0 Commenti

di Felice Stoppa

Atlascoelestis.com

Fig. 1: Delporte, “Délimitation scientifique des constellations”, Cambridge University Press, London 1930, particolare dell’emisfero meridionale.

Gli atlanti stellari  moderni  ci hanno abituato a classificare le stelle e a denominare le costellazioni che osserviamo con nomi propri  ben identificati. Non è sempre stato così, o almeno lo è soltanto dal 1922/1930, quando l’Unione Astronomica Internazionale formulò dei criteri per rendere omogenea e comparabile la produzione delle carte celesti. Negli anni e nei secoli precedenti, la scienza astronomica si era preoccupata di identificare con precisione inoppugnabile la posizione in cielo delle stelle in termini di coordinate, ma aveva lasciato abbastanza libero lo spirito artistico dell’astronomo di collocarle in confini immaginari e di dare un nome ai raggruppamenti stellari.

Si era potuto così evolvere un sistema complesso di abitudini e tradizioni che nell’arco di qualche centinaio di anni aveva visto nascere, morire, rinascere e trasformarsi un insieme in movimento di decine e decine di nomi di costellazioni i cui confini non sempre erano, nei diversi atlanti, confrontabili.

L’Unione Astronomica nel 1922, riunita in assemblea a Roma, stilò un elenco definitivo di 88 costellazioni che comprendeva quasi tutte quelle descritte da Tolomeo nell’Almagesto più una selezione significativa di quelle utilizzate dagli astronomi  a partire dal 1603, data di pubblicazione dell’ Uranometria  di J. Bayer, il primo atlante che propose nuovi raggruppamenti di stelle per descrivere in particolare il cielo dell’emisfero sud.

Il compito di definirne i confini  venne affidato nell’Assemblea di Cambridge del 1925 a E. Delporte (fig. 1) che, a Leyden nel 1928, presentato il suo lavoro, ottenne l’approvazione  della comunità astronomica internazionale. Il lavoro di Delporte venne infine pubblicato nel 1930 a Cambridge con il titolo di Delimitation scientifique des constellations (tables et cartes), fig. 1.

L’astronomo belga delimitò le costellazioni entro confini geometrici formati da  archi di cerchi orari e linee parallele di declinazione calcolate per l’equinozio del 1875.  Nel suo lavoro ebbe cura di rispettare al massimo i dati contenuti nei diversi cataloghi allora più utilizzati e dovette allargare o restringere i confini di alcune costellazioni al fine di poter salvare e rendere ancora riconoscibile il nome di molte stelle, in particolare le variabili,  (identificate da una lettera e dal genitivo del nome della costellazione di appartenenza)utilizzato nella vasta letteratura scientifica del secolo diciannovesimo. Con il preciso e metodico lavoro di Delport si dava in eredità alla ricerca futura degli astronomi un rigido ed indeformabile cielo pronto a ricevere milioni di posizioni stellari la cui unica storia sarebbe dipesa soltanto dalla maggior precisione generata dall’evoluzione tecnologica degli strumenti osservativi utilizzati.

Nello stesso tempo si chiudeva drammaticamente una lunga epoca in cui arte, storia, mito, poesia e scienza, in un unico quadro di riferimento, avevano concorso a produrre le più belle opere scientifiche della tradizione occidentale.

Possiamo iniziare questa lunga storia con le parole del poeta greco  Arato, 310-240 a.C. circa, che in questo modo, nel suo poema didascalico in esametri Le cose che appaiono, la più antica  tra  le opere occidentali a noi giunte che descriva le già millenarie conoscenze celesti greche,  rappresenta l’esigenza di comprendere il cielo stellato denominandolo e suddividendolo in costellazioni:

Molte sono le stelle in ogni dove e di molte identica
è la grandezza e la luminosità nelle loro corsa.
Per questo parve bene rendere gli astri
raggruppati, affinché, disposti gli uni presso gli altri,
rappresentassero delle figure, in questo modo le stelle
divennero nominabili.
(vv. 377-382)

Le stelle divengono nominabili non in virtù di un nome che viene loro singolarmente abbinato, ma in quanto appartenenti ad un punto di una figura, ispirata sempre alla mitologia greca, che le raggruppa in una costellazione. La storia antica della rappresentazione delle stelle in cielo è pertanto una storia di nomi e posizioni di costellazioni e non di stelle. E anche quando queste vengono raramente singolarmente nominate, il significato  della traduzione del loro nome greco o delle successive tradizioni latina e araba, identifica quasi sempre la posizione anatomica che la stella occupa nella figura o una sua qualità: Aldebaran = il rosso occhio del Toro, Rigel = il piede sinistro di Orione, Betelgeuse = la mano del gigante etc…

La complessa storia degli atlanti celesti antecedente al lavoro di Delporte può essere suddivisa in tre grandi periodi.

Il primo periodo, che precede la pubblicazione nel 1603 dell’Uranometria del Bayer, è caratterizzato da un  doppio filone creativo, rappresentato da una parte dalla produzione scientifica di astronomi e filosofi greci quali Eratostene (fig. 2) , Ipparco e Tolomeo,  con i quali si realizza il primo grande catasto del cielo che culmina con la produzione dell’Almagesto di Tolomeo, catalogo dove l’astronomo greco numera progressivamente ognuna delle 1022 stelle ricominciando da capo per ogni costellazione.

Fig. 2: Il cielo di Eratostene in PLANISFERO,CODICE NLW 735C, f. 10v, circa anno mille, National Library del Galles.

Fig. 3: Al Sufi, Andromeda e M31 da “Liber locis stellarum fixarum”, 964, Pergamenthandschrift M II 141, Forschungbibliothek di Gotha in Germania

Con il termine Informata indica invece quelle stelle, vicine ad una costellazione, per le quali la posizione è calcolata ma che, per esigenze grafiche, non sono state inserite nel disegno della costellazione stessa.  Tale catalogo, che rappresenterà l’eredità scientifica per tutto il Medioevo e il Rinascimento, verrà aggiornato dalle ricerche originali di astronomi arabi quali Abd-al-Rahman al-Sufi (fig. 3) che nel suo Liber locis stellarum fixarum del 964 rivedrà la posizione delle stelle e la loro magnitudine definendone persino il colore.

E’ di Al-Sufi la prima menzione storica di un oggetto celeste del profondo cielo, si tratta della galassia di Andromeda, M 31, che viene  descritta nella sezione riguardante il Grande Pesce, nella zona della costellazione di Andromeda. Di questo filone scientifico  ci rimane una esigua documentazione iconografica che si può riassumere in un unico esemplare di globo celeste romano, il cosiddetto Atlante Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (fig. 4), statua di Atlante che sostiene sulle spalle un globo celeste sul quale sono rappresentate le costellazioni tolemaiche, e in un limitatissimo  numero di globi in metallo arabi dei quali il più antico è quello dell’anno 1080 appartenente all’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, scoperto e descritto da Ferdinando Meucci  nel 1878 nel suo celebre Il Globo Celeste Arabico del secolo XI (fig. 5).

Fig. 4: Atlante Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Fig. 5: Meucci, Il Globo Celeste Arabico del secolo XI, Firenze 1878

L’altro filone di questo periodo è quello rappresentato dalle traduzioni latine dell’opera di Arato  e dalle numerose edizioni della raccolte di favole di C. Julius Hyginus, il Poeticon Astronomicon (fig. 6-7), la cui prima apparizione a stampa è quella del 1482 di Ratdolt.

Fig. 6: Hyginus, “Poeticon Astronomicon”, Basileae 1570: Eridano e Fetonte

In queste opere poetiche, rappresentate in meravigliosi manoscritti, le preoccupazioni estetiche ed astrologiche prevalgono, le posizioni delle stelle non sono indicate con precisione, anzi a questa viene privilegiata l’interpretazione filologica e letteraria al punto che il posizionamento delle stelle viene asservito all’esigenza di far coincidere la loro posizione con il disegno di un particolare anatomico della figura mitologica che le include. Questa tradizione durerà per tutto il Medioevo ed il Rinascimento.

Fig. 7: Igino, “Poeticon Astronomicon”, Arhard Ratdolt, Venezia 1485: Hercules.

Nel secolo sedicesimo troviamo tre lavori che rompono con questa tradizione e parzialmente anticipano le innovazioni presenti nell’atlante di Bayer, si tratta delle opere del tedesco Albrecht Dürer (fig. 8) e degli italiani Alessandro Piccolomini e Giovanni Paolo Gallucci.

Fig. 8: Durer, “Imagines coeli meridionales” versione del 1527 .

Le due tavole che Dürer incide su legno nel 1515, una per l’emisfero sud e una per quello boreale, seguono ancora  la tradizione tolemaica in quanto a contenuti e precisione. Negli angoli della tavola boreale sono ritratti Arato, Manlio, Al-Sufi e Tolomeo ai quali l’autore si ispira. Esse hanno però il vantaggio di presentare per la prima volta tutto il cielo conosciuto in due sole tavole piatte, particolarmente curate quanto all’aspetto artistico.

La tavola del cielo boreale è, tra le due, la più ricca ed è la sola che riporta le costellazioni zodiacali. L’autore segue la scuola di Arato e di Vitruvio nel denominare alcune costellazioni, come nel caso del Cigno che viene  chiamato Avis. Dürer rispetta la tradizione, tipica della produzione di globi a tre dimensioni, di tracciare le costellazioni come fossero viste dall’esterno del cielo, mentre le stelle vengono identificate da un numero progressivo seguendo l’Almagesto di Tolomeo. Le coordinate  e il posizionamento degli astri sulle tavole furono curate da due astronomi del periodo, Stabius e Heinfogel, i nomi dei quali trovano posto, con quello di Dürer, nel cartiglio nell’angolo in basso a sinistra di una delle versioni della tavola australe. La tavola del cielo boreale è quasi sicuramente ispirata ad un manoscritto di anonimo risalente a circa il 1440. Questa preziosa e unica mappa, per alcuni aspetti tecnici più ricca di quella del Dürer è di proprietà della Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna e può essere considerata la più antica rappresentazione su carta del cielo stellato.

Nel 1540 viene stampato a Venezia il Delle stelle fisse di Alessandro Piccolomini (fig. 9). Il volume si presenta come una vera guida al riconoscimento delle stelle nel cielo notturno: le quarantasette tavole riportano le costellazioni senza preoccupazioni artistiche, scompare il disegno tradizionale a vantaggio della precisione con la quale vengono collocate le stelle, divise in quattro grandezze, e denominate con lettere dell’alfabeto latino in progressione, a partire dalla stella più luminosa.

Fig. 9: Alessandro Piccolomini, “De le stelle fisse”, Venezia, 1570: Orsa Maggiore e Orsa Minore.

Le tavole sono completate da una scala graduata, non sempre uguale e dall’indicazione relativa alla posizione del polo nord, in modo tale che , guardando verso sud e direzionando il libro verso la volta celeste, la costellazione nel cielo reale e quella della tavola coincidono. Le tavole sono precedute da una sezione dove ogni costellazione viene brevemente descritta elencandone le stelle, la loro posizione  e i più importanti riferimenti mitologici.

Concludono il volume le tavole altazimutali dove, per le stelle più luminose, vengono riportate le coordinate celesti, mese per mese e per tutto l’arco della notte. L’ultima sezione indica “con qual grado del zodiaco naschino et tramontino, le principali stelle del cielo”.

Sempre a Venezia, ma nel 1588, viene pubblicato il Theatrum mundi, et temporis, di Giovanni Paolo Gallucci, fig. 10). Se il  Delle stelle fisse di Piccolomini ha il pregio di essere una guida alla lettura del cielo stellato, il testo di Gallucci si distingue per essere una vera enciclopedia  di conoscenze astronomiche. La descrizione del firmamento appare soltanto nel Libro V, soffermandosi gli altri libri a descrivere le teorie tolemaiche del movimento dei pianeti, del Sole, della Luna con relative eclissi. Vi si trovano poi due tavole del globo terrestre e una dell’ inferno dantesco.

Fig. 10: Joanne Paulo Gallucio, “Theatrum mundi et temporis, Venezia 1588: Hercules.

Alle tavole per il calcolo del passaggio al meridiano del Sole ne seguono altre sugli influssi astrologici ma anche delle tavole per il calcolo del numero aureo e quelle trigonometriche del seno.

Curioso è il libro VI che comprende una bella tabella con la previsione della precessione degli equinozi dal 1588 al 1800.

Un vero compendio delle conoscenze astronomiche e astrologiche del periodo.  Nel libro V sono raffigurate le quarantotto costellazioni in altrettante tavole indipendenti. La novità è rappresentata dalle coordinate latitudinali e longitudinali, i dati delle quali sono ripresi dal De Revolutionibus di Copernico, che appaiono ai bordi e al centro delle tavole alle quali sono riferite le posizioni molto precise delle stelle suddivise in quattro magnitudini.   Alcune figure vengono disegnate dal Gallucci di spalle ribaltando la tradizionale rappresentazione greco tolemaica, rendendo così impossibile il metodo di descrivere la posizione delle stelle rifacendosi ai particolari anatomici delle figure. Questa scelta verrà confermata da alcuni successivi autori di carte celesti ma fortemente contrastata da altri.

Flamsteed nell’introduzione del suo Atlas Coelestis del 1729 si vanterà, avendola contrastata, di aver ripristinato la tradizione greca e lo stesso Keplero, nel De stella nova del 1606, dovendo segnalare la posizione della stella Nova apparsa nel 1604 nella costellazione dell’Ofiuco, utilizzerà  sì i criteri introdotti dal nuovissimo atlante del Bayer, l’ultima e più aggiornata delle produzioni cartografiche, ma farà disegnare la costellazione capovolgendola nuovamente e ristabilendo il canone tradizionale.

Tra le tavole vengono intercalate le tabelle quantitative che indicano, oltre alle coordinate, anche il numero progressivo della stella, la sua magnitudo e anche la “natura” astrologica. Curiosa è la tavola di pag. 209, quella dell’Aquila, dove è disegnato anche Antinoo, per le stelle del quale il catalogo ricomincia la numerazione dall’inizio, anticipando così la tradizione, affermatasi successivamente per quasi due secoli, di rappresentare autonomamente questa costellazione.

L’Uranometria del Bayer apre il secondo periodo della storia della cartografia celeste.

Fig. 11: Frontespizio dell’Uranometria del Bayer (Augusta 1603). Nell’immagine a fianco, la costellazione di Cassiopea e la Nova del 1572 , nota anche come Nova di Tycho, dal nome del grande astronomo danese che fu tra i primi ad osservarla e la descrisse nell’opera “Stella Nova”, con queste parole: “ Il giorno 11 novembre, la sera dopo il tramonto, stavo contemplando le stelle in un cielo chiaro. Ho notato che una stella nuova e insolita, superando le altre stelle in brillantezza, brillava quasi direttamente sopra la mia testa …”. Per maggiori informazioni su questa “stella nova”, si veda l’articolo del Prof. Bartolini .

Questo ciclo tanto per la maggior esattezza della posizioni delle stelle, che sono ricavate dai cataloghi redatti dai migliori osservatori, quali ad esempio Tycho Brahe, quanto per la spettacolarità estetica raggiunta nella rappresentazione delle figure delle costellazioni, viene definito il periodo d’oro dell’uranometria.

E’ rappresentato dal lavoro di astronomi e artisti quali Andreas Cellarius, Julius Schiller, Joannes Hevelius, John Flamsteed e si conclude nel 1801 con l’Uranographia di Bode.

L’opera del Bayer   si situa in un periodo storico particolarmente delicato per la ricerca astronomica.

Il cannocchiale non è ancora stato scoperto, pertanto sono da collocare nel cielo un numero di stelle non particolarmente superiore a quello dei cataloghi precedenti, basti ricordare che quello tolemaico, riferimento per tutti gli astronomi prima di Tyco Brahe, ne elenca  1022 e quello di Bayer ne contiene  1706. Cresce però l’ esigenza di precisione e di denominare le stelle con nomi o simboli non ambigui. Ricordiamoci che è della fine del sedicesimo secolo il primo significativo contributo di ricercatori per ampliare la descrizione della volta stellata inserendo stelle e costellazioni nuove osservate  nei cieli del sud. Delle 1706 stelle classificate dal Bayer 135, relative all’emisfero meridionale,  appaiono per la prima volta in un atlante.

Inoltre fenomeni come quelli osservati da Tycho Brahe e poi da Keplero di apparizioni di stelle nove nel firmamento, apparizioni quasi premonitrici di quello che sarebbe successo nel 1610 nei cieli di Padova per opera di Galileo, richiedevano di catalogare le stelle fisse con precisione incontrovertibile.

L’atlante del Bayer dà un contributo significativo proprio in questa direzione. Con l’Uranometria di Johann Bayer del 1603 (fig. 11) si apre l’età d’oro dei grandi atlanti celesti; da questo momento il catalogo delle stelle verrà pubblicato in un volume separato, mentre l’atlante vero e proprio, di grandi dimensioni, sempre più curato artisticamente, vivrà di vita propria.

L’opera del nostro autore, disegnata da Alexander Mair e pubblicata ad Augusta, comprende 51 tavole rettangolari di 38,2 x 28,2 centimetri di lato. Queste sono numerate alfanumericamente da lettere latine maiuscole che, al loro esaurimento, vengono prima duplicate e poi triplicate con lettere minuscole in modo tale che la prima tavola viene numerata con A, la venticinquesima con Aa e la cinquantesima con Aaa.

Le tavole sono incorniciate da scale graduate con tacche di un grado, numerate ogni cinque e con una linea che viene tracciata ogni trenta gradi; la fascia intorno all’eclittica viene evidenziata per otto gradi a nord e otto a sud aggiungendo un grigio continuo di fondo che identifica pertanto il limite entro il quale possono essere distinti i pianeti. Le coordinate e le linee sono quelle polari; viene però riportato un reticolo incentrato sui poli zodiacali che mette in evidenza l’eclittica.

Le stelle vengono collocate utilizzando i dati che Tycho Brahe aveva calcolato nel suo osservatorio danese raggiungendo una precisione vicina al minuto d’arco e vengono denominate per la prima volta, iniziando così una tradizione che continua ancora oggi, da lettere dell’alfabeto greco e ad esaurimento di queste da lettere latine in ordine crescente di magnitudine.

La fama di questo atlante è legata anche all’apparizione delle due più importanti Stelle Nove del periodo: ho già detto di quella del 1604 (fig. 12) osservata da Keplero e dell’uso che questi fece dell’atlante del Bayer. L’altra è quella del 1572 (fig. 11 a destra) osservata da T. Brahe a Uraniborg e per la quale l’astronomo danese aveva stimato una distanza pari a quelle delle stelle fisse non essendo riuscito ad osservare alcuno spostamento parallattico.

Fig. 12: Keplero, “De stella nova in pede serpentarii, et qui sub ejus exortum de novo iniit”, Trigono Igneo. Per Pragae 1606, particolare con la Nova del 1604 (indicata dalla freccia rossa).

La Nova del 1572  fece sicuramente tremare l’impalcatura teorica aristotelica e creò una forte impressione se, a distanza di più di trenta anni dalla sua scomparsa,  Bayer volle collocarla ancora nella tavola K del suo atlante, che rappresenta Cassiopea, luminosissima e con un simbolo grafico più grande di quello di Sirio.

Le Stelle Nove non sono l’unico segno dei tempi che cambiano registrati da Bayer. La tavola Aaa è infatti dedicata alle nuove costellazioni osservate nel cielo australe. Sono dodici:  Phoenix, Grus, Indus, Pavo, Toucan, Dorado, Hydrus, Piscis Volans, Chamaleon, Apis Indica, Triangulum Australe e Apis che si ripartiscono le 135 stelle osservate e catalogate con una certa precisione, circa due gradi, dai navigatori P. D. Keyser e F. de Houtman durante un loro viaggio nell’Oceano Indiano.    Nella tavola sono disegnate anche la Piccola e la Grande Nube di Magellano, proprio come due nuvolette e quindi con caratteristiche ben diverse da quelle utilizzate

In questa tavola, differentemente da quelle delle costellazioni, le stelle non vengono denominate, dando così l’idea della provvisorietà delle informazioni che l’autore utilizza. Le ultime due tavole sono dedicate al cielo boreale e a quello australe: vi sono riassunte tutte le stelle riportate nelle tavole precedenti, escludendo però il disegno delle costellazioni.

Il Coelum Stellatum Christianum (fig. 13) dell’astronomo gesuita Julius Schiller viene pubblicato ad Augusta nel 1627. E’ un’opera che rappresenta un vero stacco dalla tradizione precedente perché, al progredire del contenuto scientifico, (le tavole sono ancora più grandi di quelle del Bayer, 27×33 cm, e la posizione delle stelle è calcolata  sulle osservazioni di Brahe e di Keplero), associa  una vera rivoluzione per quanto riguarda la denominazione delle costellazioni.

Fig. 13: Julius Schiller, “Coelum Stellatum Christianum”, Augusta Vindelicorum 1627, Tavola con titolo.

Già il titolo dell’atlante avvisa il lettore dell’obiettivo che si pone l’autore, cancellare il mondo mitologico greco dai cieli per sostituirlo con la visione biblica e cristiana. Le costellazioni zodiacali vengono denominate con i nomi dei dodici apostoli, quelle boreali e australi con i nomi dei personaggi del Nuovo e Antico Testamento. Il fiume Eridano diventa il Mar Rosso, la Via Lattea il Sentiero di S. Giacomo di Compostella, la Nave degli Argonauti diventa l’Arca di Noè, l’Orsa Minore è S. Michele.

La rivoluzione non ebbe molti seguaci e si esaurì in un certo senso all’apice del suo successo nel 1661 quando Andrea Cellario propose il suo Atlas Coelestis seu Harmonia Macrocosmica (fig. 14), pubblicato ad Amsterdam. L’autore, in questa opera, dedica due delle ventinove tavole al cielo cristiano, una per ogni emisfero e nelle pagine dedicate al commento di queste si dilunga sul progetto di Schiller, presentando delle tabelle di riscontro tra vecchie e nuove denominazioni dalle quali risulta come il gesuita volesse sostituire anche i nomi dei corpi del sistema solare, Sole-Cristo, Mercurio-Elia, Venere-Giovanni Battista, Marte-Giosuè, Giove-Mosè, Saturno-Adamo e la Luna-Beata Maria

Fig. 14: Andrea Cellario, “Atlas coelestis seu armonia macrocosmica”,    Amsterdam 1661, Coeli Stellati Cristiani Haemisphaerium Prius.

La presenza di queste due tavole nel lavoro del Cellario non implicano che questi avesse aderito alla nuova visione di Schiller ma sono soltanto un atto dovuto. Infatti l’Atlas Coelestis seu Harmonia Macrocosmica si propone come il compendio di tutti i sistemi proposti, quello tolemaico, quello copernicano e quello di Tycho Brahe; li descrive, ne presenta i vantaggi ma senza mai affermare la supremazia di uno sull’altro. Inoltre, a differenza di Schiller, in queste due tavole Cellario ripristina il nome tradizionale delle costellazioni e lo affianca a quello cristiano.

Le ventinove tavole dell’atlante, di grande formato 52×42 cm circa in doppia pagina, scandiscono altrettante sezioni  della Pars Prior dell’Harmoniae Macrocosmicae, dove l’autore compendia, in latino, ogni aspetto delle teorie proposte fino a tutto il 1661. Il contenuto di queste sezioni è molto tecnico ma senz’altro ancora troppo legato alle teorie del secolo precedente: non vi appare un capitolo riguardante i nuovi strumenti di osservazione e tantomeno riferimenti al telescopio.

La fortuna successiva di questo atlante sarà rappresentata dal forte contenuto artistico di alcune tavole che, sebbene stampate su carta a un colore, il nero, verranno riprese e colorate a mano da diversi artisti, tanto che le biblioteche europee e americane che ospitano un Cellario colorato, possiedono delle vere e  proprie copie uniche.

Fig. 15: Hevelius, “Firmamentum Sobiescianum, sive uranographia”, particolare Bootes

Il Firmamentum Sobiescianum, sive uranographia, in Prodromus astronomiae (fig. 15), viene stampato a Danzica nel 1690. Hevelius, possedendo una tipografia, lo progetta in proprio, preoccupandosi di incidere personalmente le tavole in rame. Non vedrà però l’opera conclusa: verrà data alle stampe dalla moglie a tre anni dalla sua morte. Degli atlanti che ho descritto, il Firmamentum è senzaltro il più raro e il più bello.    L’atlante comprende cinquantasei tavole dove sono distribuite 1564 stelle; alle costellazioni tolemaiche ne vengono affiancate undici nuove, amplificando notevolmente la tendenza, che si stava affermando in quei tempi, di affollare il firmamento con personaggi nuovi, spesso creati per godere del favore  del dedicatario politico al quale la costellazione veniva associata. Attualmente, di queste nuove undici costellazioni, ne  rimangono sette, tra le quali anche lo Scudo, che Hevelius aveva però denominato Scutum Sobiescianum in onore di Giovanni III Sobieski, re di Polonia.

L’autore colloca le stelle seguendo i dati prodotti da proprie osservazioni integrati da quelli tratti  dalle Tabulae Rudolphinae, pubblicate da Keplero nel 1627 utilizzando le osservazioni effettuate da  Ticho Brahe.

Il loro numero però non è molto maggiore di quello degli atlanti precedenti  e anche la precisione della loro posizione avrebbe potuto essere migliorata se Hevelius avesse adottato il telescopio per determinarla. Per le stelle del cielo australe, l’autore utilizzò i dati osservativi prodotti da Halley nel 1679 in seguito alla sua spedizione scientifica all’isola di Sant’Elena.  Un’altra scelta operata da Hevelius, e che Flamsteed gli contesterà fortemente, fu quella di rappresentare le costellazioni viste dall’esterno della sfera ideale dove queste si collocano, scelta che porta al risultato di ribaltarne  specularmente la posizione  e di perdere la corrispondenza con il cielo reale.

L’Atlas Coelestis di John Flamsteed (fig. 16)riproduce in 25 tavole di formato 62x 48 cm  tutto l’emisfero boreale.

Fig. 16: J. Flamsteed, Atlas coelestis, Londra Edizione del 1753 colorata a mano da Giuliana Stoppa, Toro. Tavola di proprietà del Liceo Classico Legnani di Saronno.

Le ultime due tavole, di scala diversa e disegnate da un’altra mano, sintetizzano la volta boreale e quella australe rappresentandole  fino all’equatore. Vide la luce a Londra nel 1729 ad opera degli esecutori testamentari del Flamsteed e completa la Historia Coelestis Britannica edita negli anni precedenti e che raccoglieva il lavoro svolto dal primo direttore dell’Osservatorio Reale di Greenwich nei suoi quarantatre anni di osservazioni.

Questo di Flamsteed può essere considerato il primo atlante moderno; riporta circa 3300 astri, il doppio di quello dell’ Hevelius, e per la prima volta le stelle vi vengono collocate attraverso le loro coordinate equatoriali: ascensione retta e declinazione, il cui reticolo viene sovrapposto nelle tavole a quello polare. Questa innovazione fu possibile attraverso l’introduzione nell’osservazione dell’orologio a pendolo, che permetteva di risalire alla differenza di ascensione retta partendo dalla differenza fra i tempi del passaggio delle stelle al meridiano. La precisione delle posizioni degli astri è corretta entro il margine di 10″ e ciò fu ottenuto dall’autore utilizzando un cannocchiale collegato ad un enorme cerchio murale di due metri di raggio, i cui gradi riportavano suddivisioni di cinque minuti primi. Agevole diventa l’uso delle tavole che, riportando delle scale graduate le cui tacche misurano il quarto di grado, permette di apprezzare subito ad occhio la posizione della stella. L’atlante è introdotto da una prefazione a cura di Margaret Flamsteed e di James Hodgson che traccia una breve storia della cartografia celeste a partire da Ipparco ed Aristarco, presentando i vantaggi dell’opera di Flamsteed e le sue innovazioni, in particolare l’uso della tecnica della proiezione sinusoidale messa a punto soltanto qualche anno prima da Sanson d’Abbeville, geografo di Luigi XIV; riprende la polemica con Hevelius circa la rappresentazione esterna al globo delle stelle, soffermandosi non poco a sottolineare come nell’Atlas Coelestis siano stati ripristinati dei criteri che diano continuità alla tradizione classica greca.

Fig. 17: Flamsteed, “Atlas coelestis”, Londra Edizione del 1753 colorata a mano da Giuliana Stoppa, Toro particolare con Urano non riconosciuto. Flamsteed lo osservò la prima volta il 23 dicembre 1690 e lo riportò nel suo catalogo stellare con la denominazione di “34 Tauri”. Nell’Atlas è riportato invece come una stellina anonima (si veda anche la fig. 20). La posizione sull’eclittica del pianeta e la sua identificazione certa, la si può ottenere anche con un moderno software di calcolo delle effemeridi.

Un secolo prima Bayer inseriva nel suo atlante le due Nubi di Magellano, ora Flamsteed, nella tavola dedicata ad Andromeda, alla destra di nu Andromedae, disegna  come una stellina la galassia M31, l’unico oggetto esterno alla nostra Via Lattea, ad esclusione delle due Nubi di Magellano, visibile a occhio nudo.

Nella tavola dedicata alla costellazione del Taurus (fig. 17), a metà strada tra le Pleiadi e le Hyadi, appena sotto la linea dell’eclittica in corrispondenza della spalla del Toro, l’astronomo reale aggiunge una stellina di settima magnitudine che nel relativo catalogo riporta il nome di 34 Tauri. Le ricerche di astronomi di fine Settecento evidenziarono che si trattava del pianeta Urano che Flamsteed aveva inconsapevolmente osservato quasi novanta anni prima della sua scoperta ufficiale. Questa sfortunata vicenda venne ricordata in moltissimi atlanti del primo ottocento, ad esempio nella tavola XIV del Celestial atlas di Alexander Jamieson, dove  è possibile osservare il pianeta nella stessa posizione indicata  da Flamsteed  doppiamente denominato: con la data della scoperta inconsapevole, il 1690 e con un simbolo, quello con cui si è soliti indicare il pianeta.

Il terzo periodo, che inizia con l’atlante di Bode e si chiude con quello di Delporte (1930), è caratterizzato dallo sviluppo professionale degli atlanti. L’Uranographia di Bode rappresenta il momento culminante della tradizione precedente ma, nel contempo, segna l’inizio della divisione di percorso tra gli atlanti destinati agli astronomi di professione e  quelli destinati al pubblico più vasto degli amatori dell’astronomia. E’ per questa seconda categoria di fruitori che sono pensate le opere dove rimane ancora l’immagine iconografica rappresentante la costellazione; oltre all’atlante di Bode conviene ricordare le opere di J. Fortin,  Alexander Jamieson (fig. 18), K.F.V. Hoffmann e Eduard Heis.

Fig. 18: Jamieson, “Celestial Atlas comprising a sistematic display of the Heaven”, London 1822, particolare della costellazione del Felis

Con l’Uranographia del Bode (fig. 19), pubblicata a Berlino nel 1801, si conclude pertanto l’epoca dei grandi atlanti che conciliano nello stesso tempo l’esigenza di scientificità e la qualità artistica. Suddivise in otto magnitudini compaiono più di 17.200 stelle,  vengono segnalate le stelle doppie, gli ammassi stellari e circa 2000 nebulose; nelle 20 tavole di grande formato viene sintetizzato il lavoro svolto da una trentina di astronomi del periodo, tra i quali Lacaille, Lalande, Messier e in particolare William Herschel per il contributo relativo alle nebulose.

Fig. 19 e 20

Nell’atlante di Bode sono rappresentate più di cento costellazioni, le quarantotto tolemaiche, le prime dodici australi identificate da Keyser alla fine del cinquecento, le undici di Hevelius, altre quattordici collocate nell’emisfero sud da Lacaille in seguito alle sue ricerche effettuate a Città del Capo dove, tra il 1751 e il 1752, classificò circa diecimila nuove stelle. L’Uranographia contiene tutte quelle costellazioni che man mano i vari astronomi avevano proposto durante gli ultimi due secoli, anche quelle che ebbero una vita effimera, come il Globus Aerostaticus e il Felis proposte da J.J. de Lalande o la Machina Electrica e il Lochium Funis o l’Honores Friderici e l’Officina Typographica, ma anche la Musca borealis e la Robur Carolinum con lo Sceptrum Brandeburgicum. L’invenzione di nuove costellazioni, dettata dalle scoperte derivate dalle ricerche degli astronomi del settecento,  continuò anche con gli atlanti successivi, in particolare con le due edizioni dell’Atlas Céleste del Fortin. Un primo gruppo appare già nell’edizione del 1776 ed è composto dallo Scudo di Sobiensky, dal Ramo e dal Cerbero, tratti dall’opera dell’ Hevelius, la Renne, proposta dal Lemonnier nel 1746 per ricordare la spedizione scientifica che gli astronomi francesi realizzarono nel 1736 al circolo polare artico con lo scopo di determinare la misura della Terra.

Un secondo nutrito gruppo lo troviamo aggiunto nella seconda edizione del 1795, il Solitaire del Lemonnier 1776, Le Messier, tratto dal Globo di Lalande del 1779, Le Taureau de Poniatowsky dell’astronomo polacco Poczobut.

Suggerite dalle Ephémérides de Vienne del 1790 curate da Hell troviamo Les telescopes de Herschel e l’Harpe de George, mentre il Trophée de Frèdèric è preso da un lavoro del Bode del 1787. Infine Le Mural per ricordare lo strumento utilizzato da Lalande allo scopo di determinare la posizione di almeno trentamila stelle del cielo boreale, un vero monumento dell’astronomia del settecento. Gli atlanti di Fortin, maneggevoli, curati, aggiornati furono il riferimento principale di molte delle opere dei successivi decenni, dal portoghese Atlas celeste arranjado por Flamsteed… – Lisbona, 1804 all’inglese A celestial atlas comprising a sistematic display of the Heavens di Alexander Jamieson, London 1822, a quello russo, scritto in cirillico, disegnato da Kornelius Reissig a San Pietroburgo nel 1829,  al curioso Atlas Celeste del bernese Franz Niklaus König, Berna 1826, le cui tavole, stampate su carta diafana con sfondo nero, opportunamente illuminate, proiettavano sulle pareti le immagini ingrandite delle costellazioni. Lo stesso Bode, prima di cimentarsi nella sua Uranographia, produsse a Berlino, nel 1782, un’opera intitolata Worstellung der Gestirne in 34 tavole praticamente identiche a quelle della prima edizione del Fortin.  Questa continua proliferazione di nuovi segni insieme all’esigenza di catalogare stelle sempre meno luminose, scoperte da telescopi sempre più potenti, porrà ostacoli alla rappresentazione in disegno del personaggio della costellazione, e andranno così a definirsi nell’arco dei primi cinquant’anni dell’ottocento le regole che detteranno la produzione di atlanti ad uso scientifico, dove il disegno in poco tempo scomparirà, e quelli a scopo amatoriale, dove ancora per qualche decennio rimarrà a fini ornamentali. Bode inserì per la prima volta delle linee punteggiate per delimitare le costellazioni. Anche queste muteranno nel tempo, fino al 1922 quando, all’interno della prima Assemblea Generale  dell’Unione Astronomica Internazionale, si decise di congelare l’evoluzione dei nomi del cielo fissando i confini delle definitive ottantotto costellazioni.

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Felice Stoppa

di Milano lavora nel campo dell’editoria scolastica da oltre quarant’anni.

Cultore di storia dell’astronomia ha ristampato
filologicamente i più importanti atlanti celesti classici.

Dirige il sito www.atlascoelestis.com dedicato alla storia della cartografia celeste.









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