E’ scomparso Piero Tempesti

settembre 28, 2011  |   AstronomiaNova   |     |   1 Commento

Un ricordo di Rodolfo Calanca

E’ con profondo dolore che apprendiamo la notizia della scomparsa, avvenuta il 28 agosto a Treviso, del prof. Piero Tempesti. E’ una grave perdita per l’astronomia italiana. Nonostante i suoi 94 anni, era lucidissimo ed attivo. Continuava a lavorare ad un suo progetto di enciclopedia della cosmologia che sarebbe stata pubblicata in formato elettronico sul web.

Era nato a Firenze nel 1917, la passione per l’astronomia lo prese in età giovanile quando frequentava l’Osservatorio di Arcetri. Conseguita nel 1947 la laurea in fisica, divenne assistente di astronomia all’Università di Bologna, poi astronomo e direttore dell’Osservatorio di Teramo (Collurania, 1958-1975) e infine professore di spettroscopia all’Università di Roma “ La Sapienza”. Nella ricerca si occupò soprattutto di fotometria di stelle doppie, novae e supernovae. Per la sua attività divulgativa nel 2000 l’Unione Astrofili Italiani gli conferì il Premio Lacchini. Collaborò alle riviste “l’Astronomia” e “Sapere” e al supplemento de “La Stampa” Tuttoscienze.

Tra i suoi libri divulgativi ricordiamo: “I segreti delle comete”, “Pulsar” (Biroma Editore, 1997), “Il calendario e l’orologio” (Gremese Editore, 2006) e soprattutto i sei volumi dell’enciclopedia “Alla scoperta del cielo” edita da Curcio (1982-83), nella quale coinvolse Paolo Maffei

e una sessantina dei più importanti astronomi italiani e stranieri.

A titolo personale, posso dire di aver avuto l’onore e il grande piacere di corrispondere con il Professore in occasione della pubblicazione della mia recensione, da lui molto apprezzata, del suo: “Il calendario e l’orologio”.

Nel 2008 mi chiese una copia del mio libro sui transiti di Venere perché si stava documentando sui metodi utilizzati, nel corso dei secoli passati, per determinare l’Unità Astronomica.

Nell’estate del 2010 mi inviò un’affettuosa cartolina di saluto dal Teramo; naturalmente vi era raffigurata  la dolce collina che ospita l’Osservatorio di Collurania.

Credo di fare cosa gradita ai tanti che hanno letto ed apprezzato i lavori di Piero Tempesti riproponendo, nel seguito, la splendida allocuzione che pronunziò il 23 ottobre 2006 in occasione  della cerimonia per il conferimento della Cittadinanza Onoraria, tenutasi presso la Sala Consiliare del Comune di Teramo.

Ringrazio il prof. Oscar Straniero, direttore dell’Osservatorio INAF di Collurania, per avermi concesso l’autorizzazione alla riproduzione sia dell’allocuzione sia di alcune foto che ritraggono il prof. Tempesti.

Il prof. Tempesti durante la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria.

Allocuzione pronunziata dal Prof. Piero Tempesti il 23 ottobre 2006 in occasione  della cerimonia per il conferimento della Cittadinanza Onoraria, tenutasi presso la Sala Consiliare del Comune di Teramo

“Signor Sindaco, Signori consiglieri, concittadini qui presenti,

Non credo di avere così grandi benemerenze di fronte alla città di Teramo da meritare l’onore di esserne proclamato cittadino. Ma ciò che mi fa accettare in coscienza tanto onore è l’avere molto amato la  specola di Collurania e soprattutto  la consapevolezza di essermi sempre sentito pienamente cittadino di Teramo, fin dal primo giorno dei lunghi anni qui trascorsi.. Anzi la mia provenienza forestiera mi poneva al di fuori delle piccole questioni personali che agitano tutte le comunità e mi fece afferrare l’anima della città, quella che al di sopra delle mutevoli vicende quotidiane  ne caratterizza il volto perenne

Ringrazio per tanto onore il Sindaco, il Consiglio comunale, il direttore dell’Osservatorio, gli amici  che hanno promosso e sostenuto l’iniziativa, i cittadini tutti che so averla accolta con grande favore. Se avessi avuto bisogno di una prova del favore della cittadinanza, questa me l’avrebbe data il caloroso affettuoso abbraccio dei tanti teramani che mi sono venuti incontro, ieri ed oggi, al  mio ritorno qua dopo tanti anni. In particolare mi ha colpito l’affettuosa stima mostratami da numerosi giovani che all’epoca erano bambini o non erano ancora nati (anche se tale travaso generazionale di sentimenti conferma che attorno alla mia figura si è creato un mito). Grazie dal profondo dell’animo. Da oggi posso dire che oltre che fiorentino sono teramano.

Il prof. Tempesti, a sinistra, all’interno della specola che ospita l’amatissimo rifrattore Cooke.

Non starò ora a parlare del percorso che dalla mia natìa Firenze cinquant’anni fa mi ha condotto a Collurania.  Questa storia l’ha raccontata la dott. Angela Ghilardini  nella sua tesi di dottorato recentemente discussa. Una tesi costruita con tale entusiastico impegno che dopo tanti anni mi ha fatto rivivere la gioia che provavo ogni volta che incontravo lo stesso entusiasmo in qualche mio allievo. Colgo l’occasione per ringraziare gli amici che hanno consentito ad inserire in tale tesi un loro ricordo di me: Romolo Bosi, Italo d’Ignazio, Agostino Di Paolantonio, Pasquale Limoncelli, Sandro Melarangelo e Giammario Sgattoni: tutti protagonisti fin da allora della vita culturale teramana. Li ringrazio chiudendo gli occhi su qualche benevolo eccesso di elogi.

Cinquant’anni fa in Italia c’erano  11 osservatori astronomici,  9 direttamente statali e due universitari. Fra gli statali c’era quello di Teramo che aveva un suo proprio direttore nominato per concorso nazionale.  La legge di riforma del 1956 attribuì la direzione di ciascun osservatorio statale al titolare della Cattedra di Astronomia della locale Università, come già era del resto ovviamente per i due universitari.  Per Collurania, non essendoci né a  Teramo né in Abruzzo una cattedra  di Astronomia, la direzione fu affidata al cattedratico dell’Università di Napoli.  Poiché  Napoli era sede di Osservatorio, quel professore si trovò ad esser direttore di due Istituti: quello di Napoli e quello di Teramo. Due enti – si badi bene – distinti:  ciascuno col proprio bilancio finanziario, il proprio Consiglio di Amministrazione, il proprio organico di personale.  Il professore di Napoli – Massimo Cimino – pensò bene di delegare ad altri la direzione di Collurania. E si rivolse a me.

Avevo cominciato ad occuparmi di Astronomia frequentando l’Osservatorio di Arcetri – a Firenze –  quando ero ancora studente liceale, maturando liceale. Si sono compiuti giusto  70 anni nel luglio scorso da quando varcai per la prima volta la soglia dell’Osservatorio di Arcetri. 70 anni nella professione: una professione intrapresa non come sbocco lavorativo dopo il titolo di studio, ma quale realizzazione di una vocazione.  Quando mi fu fatta la proposta di farmi carico delle sorti di Collurania mi trovavo all’Osservatorio Astronomico di Catania dove ero stato  assegnato dal Ministero della P. I. Ma si sapeva che aspiravo a cambiar sede.

L’Osservatorio di Teramo, fondato da Vincenzo Cerulli nel 1891 e da lui donato allo Stato nel 1917, con il suo telescopio che era uno dei massimi strumenti nazionali, aveva goduto una stagione di florida attività scientifica ad opera dello stesso Cerulli, che  era un astronomo di prestigio internazionale e di Luigi Zappa che ne fu il primo direttore come ente Statale. Ricorderemo qui le osservazioni di Marte a fine ottocento, la scoperta nel 1910 di un asteroide a cui fu dato l’antico nome della città di Teramo: Interamnia.  Riguardo a Marte, Cerulli nel 1898 propose un’interpretazione sulla natura delle macchie scure  che il telescopio mostra sulla superficie di questo pianeta: interpretazione rimasta nota come teoria ottica del Cerulli. Teoria che allora riscosse ben poco consenso, ma quando settant’anni più tardi la sonda Mariner 4 passando vicino a Marte ce ne inviò le immagini,  apparve evidente che Cerulli era nel giusto.   Poi Mentore Maggini. Nominato direttore nel 1926, oltre a ben note  osservazioni di Marte, all’inizio degli anni ’30 intraprese le prime esperienze in Italia di fotometria fotoelettrica astronomica. Non le prime in assoluto – Maggini importò tali tecniche dalla Germania – ma le prime in Italia. Il rendimento – qui come in Germania -  era scarso. Lavoravano da pionieri, esperimentavano una tecnica nuova, una tecnica che però vent’anni più tardi, con dispositivi di nuova generazione, avrebbe dominato in campo astronomico e permesso enormi progressi nella conoscenza dell’universo.   Maggini – anche lui toscano, e ne fa fede il doppio filare di cipressi che rende splendida Collurania – veniva ogni anno a Firenze a trovare la famiglia di origine. Un giorno – ero matricola all’Università – fui informato dal Direttore dell’Osservatorio di Arcetri che Maggini, che io conoscevo più che altro per il suo ben noto libro

divulgativo su Marte, era a Firenze, e mi dette l’indirizzo ed una lettera di presentazione: con sorpresa vidi  che alloggiava nella stessa mia strada, addirittura  era mio dirimpettaio!  Quando mi presentai, mi accorsi che era quel signore di mezz’età che avevo già visto altre volte senza sapere chi fosse. Mi accolse con fredda gentilezza – quale si addice ad un professore di livello universitario che riceve in casa sua uno sconosciuto studentello, sia pure presentatosi con le credenziali di un illustre collega. E mi accennò alle  esperienze di fotometria fotoelettrica che svolgeva a Teramo.

Chi avrebbe mai detto che vent’anni più tardi, con lo stesso telescopio, avrei ripreso io – con tecniche ben più avanzate – la fotometria fotoelettrica da lui inaugurata! Quello – 68 anni fa – fu il mio primo indiretto incontro con Teramo.

Con la scomparsa prematura di Maggini, nel 1941, s’iniziò per Collurania un periodo di crisi. La ricerca fu pressoché abbandonata.  Non  per inadeguatezza  del nuovo direttore – Giovanni Peisino, incaricato della direzione dal Ministero -  ma  per la situazione generale del paese. Era in corso la guerra e nell’immediato dopoguerra i finanziamenti ministeriali erano così scarsi che ben poco si poteva fare oltre l’ordinaria manutenzione. In quegli anni solo gli osservatori che avevano alle spalle una struttura universitaria  poterono svolgere attività scientifica di rilievo. Giovanni Peisino era un astronomo competente ed attivo, ma il telescopio di Teramo non era adatto per il campo di sua specializzazione e dotarsi di strumenti competitivi  in tale campo avrebbe richiesto finanziamenti molto al di là del pensabile.

A lui però va il merito di aver ben curato l’Osservatorio mantenendo efficienti  strumenti e biblioteca con la misera dote finanziaria  a sua disposizione (per fortuna che alla manutenzione degli edifici provvedeva il Genio Civile!).

Quando  mi fu offerto di prendere in mano Collurania, Peisino era in procinto di andare in pensione.  Il progetto che era davanti a me era allettante per il mio spirito. Riportare Collurania, dopo un ventennio di stasi, ad un’attività scientifica non certo competitiva con gli altri ben più grandi e ricchi osservatori italiani, ma ad onorevole  livello.   Ciò era possibile, malgrado che  il telescopio del Cerulli  fosse ormai  alquanto superato, perché io ero specializzato nel campo della fotometria.  In tale campo il vecchio e glorioso telescopio avrebbe potuto essere benissimo usato applicandovi  un’opportuna strumentazione ausiliaria; un fotometro fotoelettrico, utilizzando dispositivi ben più efficienti di quelli  sperimentati dal Maggini e  che si poteva realizzare con una spesa modesta. Si trattava di riprendere il programma del Maggini ma con tecnologie  nuove

Si dirà: ma questo non poteva farlo anche il Peisino?  No, non poteva. Quando queste nuove tecniche, in un campo non suo,  sono arrivate in Italia, per  lui ormai sessantenne non era facile impadronirsene. D’altra parte  negli ultimi vent’anni anch’io ho cominciato  a trovarmi in situazione analoga di fronte all’esplodere delle tecniche informatiche (CDROM, e-mail, digitalizzazione delle immagini e via dicendo)  dove io mi muovo a tentoni, quando addirittura non rinuncio,  mentre i giovani ci sguazzano dentro. Ed alla mia età dicendo giovani intendo anche i cinquantenni.

Venni a visitare l’osservatorio di Teramo nell’aprile del 1957. Quando mi trovai sul bel colle di Urania,  ridare vigore a quell’Istituto mi apparve una scommessa quanto mai invitante. Però mi domandai quale prezzo era  forse da pagare. Io da buon toscano cittadino mi  sarei male adattato  a vivere in una città che non avesse memoria storica e non ne conservasse  testimonianza.   Feci un giro per la città, pensoso, guardandomi attorno. Vidi i ruderi romani, ma fu soprattutto quando mi trovai davanti al   duomo, davanti a questo insigne monumento – non un rudere, ma testimonianza ancora viva del passato medioevale – che mi resi conto che avrei potuto benissimo vivere in tale ambiente.

Presi servizio a Collurania nel gennaio 1958. Vincere la scommessa si presentava non facile.  Il personale dell’Osservatorio era, oltre all’astronomo, costituito da un tecnico meccanico e da un custode: tre in tutto! (per avere un’idea, consideriamo che in quegli anni in  Osservatori come quello di Arcetri, a Firenze, o quello di Padova, lavoravano una trentina di persone).  Quanto a risorse finanziarie si disponeva di un contributo annuo ministeriale di 600 mila lire più un contributo di 200.000 lire da parte della Provincia. 800.000 lire annue era allora  la retribuzione  di un professore di liceo.   Per realizzare il fotometro fotoelettrico  ottenni un contributo di 1.600.000 lire dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, il CNR.

Realizzato il fotometro ebbe inizio un’intensa attività di osservazione  su sistemi stellari doppi, su stelle novae e supernovae. Il nome di Collurania ricominciò ad apparire frequentemente nelle Riviste astronomiche professionali. (Fra l’altro, nel 1969 feci osservazioni fotoelettriche dell’asteroide Interamnia scoperto 60 anni prima dal Cerulli trovando che gira su se stesso in circa 8 ore, ricerca che feci come omaggio alla città). Il contributo ministeriale nei primi anni ’60 era stato sensibilmente accresciuto. Inoltre nel 1964 ottenni un incarico di insegnamento all’Università di Roma – La Sapienza.

Trattandosi di un corso classificato “semestrale”, il carico didattico era di 25 lezioni annue: potevo quindi sostenerlo senza eccessive assenze da Collurania.  Una particolare situazione favorevole nell’ambito dell’Astrofisica universitaria romana, mi consentì di addivenire ad un accordo con quell’Università, per cui   Collurania si sarebbe servita del centro di calcolo elettronico universitario e in cambio avrebbe ospitato studenti  per esercitazioni e per svolgimento di tesi di laurea. A  tal fine furono adattati ad uso di foresteria preesistenti locali. Si direbbe che in quell’accordo ci fu un dare ed un avere: in realtà fu per Collurania tutto un avere, perché la presenza di studenti qualificati è linfa vitale per un istituto scientifico. I primi studenti furono ospitati nel 1965. Oggi  in alcuni dei più prestigiosi Istituti astronomici mondiali – quali  i centri che gestiscono i satelliti artificiali astronomici e le sonde inviate ad esplorare il sistema planetario -  si trovano con funzioni direttive diversi ricercatori che hanno avuto il battesimo del cielo a Collurania.

Nel 1986 Collurania, pochi anni dopo che io mi ero trasferito a Roma essendo stato nominato professore associato di Spettroscopia, anni in cui fu guidata direttamente dal professore di Napoli Mario Rigutti,  riottenne  la piena autonomia, con un proprio direttore di ruolo. E in mano ad uomini di valore come Vittorio Castellani, Amedeo Tornambé e  Oscar Straniero, che fra l’altro l’hanno dotata di un più potente e moderno telescopio,  si è saldamente inserita nell’ambiente scientifico internazionale. Una promozione di Collurania  molto al di là di quanto ero arrivato ad ottenere io.  In altre parole, io ho solo iniziato l’opera di rinascita. È merito loro averla pienamente realizzata.

È con grande rimpianto che ricordo Vittorio Castellani, il primo della nuova serie di Direttori e che ci ha lasciati pochi mesi or sono. A lui vada il nostro  pensiero riconoscente per l’impulso dato a Collurania.  Uomo di grande valore scientifico e di grande umanità, valorizzava i talenti che lo circondavano  fu il primo infatti  ad inserire il personale scientifico e tecnico dell’Osservatorio  in programmi  internazionali di ricerca ad elevato livello.

Qui è da dire che se posso ritenere  di aver vinto la scommessa è perché ho avuto la fortuna di valermi di due preziosi impareggiabili collaboratori.  Il tecnico Agostino di Paolantonio ed il calcolatore Rodolfo Patriarca.   Nel 1960 stava per andare  in pensione il tecnico Pasquale Ciceroni  che prestava servizio nell’officina meccanica di Collurania fin dai tempi del Cerulli. Un collaboratore valido e devoto. Il problema della sostituzione si presentò difficile.

Dopo oltre un anno di ricerche a pieno campo  nessuno dei numerosi candidati che si erano presentati era apparso  all’altezza del compito. Un bel giorno – ricordo che fu immediatamente dopo l’eclisse di Sole del 1961 -  si presentò spontaneamente il ventottenne Di Paolantonio, che era stato capo officina della Bassetti. Mi resi conto subito che poteva essere l’uomo adatto e dopo un breve periodo di prova fu assunto.  Ed è lui che ha costruito la parte meccanica del fotometro da applicare al telescopio, opera quanto mai delicata.  Si mostrò capacissimo, di grande competenza ed abilità, ma andando assai al di là della sua specifica mansione, acquisì le nozioni astronomiche di base  arrivando ad usare autonomamente il telescopio. In mia assenza, era in grado di decodificare i telegrammi cifrati che da Washington annunciavano una scoperta nel cielo,  di reperire sulle carte astronomiche la posizione dell’oggetto celeste, puntare mediante le coordinate il telescopio, scegliere nel cielo i necessari riferimenti fotometrici e intraprendere le adeguate osservazioni. E sempre con un’abnegazione entusiastica, instancabile, sempre disposto ad approntare gli strumenti, ad osservare il cielo.

Un paio di volte ci siamo trovati io e lui a passare la notte di capodanno nella cupola aperta verso il cielo. In tempi più recenti diverse sono le pubblicazioni scientifiche in cui il suo nome appare fra gli autori. È stato indubbiamente il miglior tecnico meccanico di tutti gli osservatori italiani.  Negli anni novanta  è stato chiamato a far parte di due spedizioni scientifiche nell’Antartide.

Rodolfo Patriarca prese servizio nel 1966,  dapprima con una borsa di addestramento del CNR più volte rinnovata, poi, quando fu accresciuto l’organico del personale, come tecnico calcolatore di ruolo.

Personalità del tutto diversa, ma pari a Di Paolantonio per abnegazione ed entusiasmo. Aveva il compito precipuo di  svolgere presso il centro di calcolo dell’Università di Roma, a Frascati, dove si recava spessissimo,  i calcoli che approntava a Collurania. E svolgeva anche con competenza ed estrema diligenza le mansioni di bibliotecario. Purtroppo un malaugurato incidente stradale  ci privò, nel 1982, della sua collaborazione e della sua presenza.  Nel ventennale della sua scomparsa scrissi  su un periodico locale una memoria che qui desidero rileggere.  Premetto che  quando incontrai Patriarca, il CNR aveva istituito una borsa di addestramento per tecnico calcolatore da fruire presso l’Osservatorio di Teramo e si era in attesa da un giorno all’altro della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del bando di concorso.

Di Paolantonio e Patriarca sono state due colonne portanti  per l’osservatorio. Senza di loro il mio progetto sarebbe fallito. A questo punto bisogna dire che fui alquanto incosciente ad affrontare quella scommessa. Quali garanzie avevo di potermi valere di collaboratori all’altezza di Di Paolantonio e di Patriarca?  Non solo nessuna garanzia, molto peggio:  scarsa probabilità.

D’altra parte nell’assunzione del personale ho sempre seguito un rigoroso criterio di idoneità alla mansione.  Non ho mai dato ascolto a sollecitazioni né tantomeno a valutazioni di colore politico.

Dirò che  da dirigenti locali del Partito Comunista  mi fu garbatamente rimproverato per  non avere mai fatto assunzioni proposte da quella parte.   Cari amici – fu in sintesi la risposta – dovevate presentarmi persone idonee!

La massima oculatezza nelle assunzioni era imposta anche dall’estrema scarsità del personale. La situazione cominciò a migliorare nel 1966 quando fu possibile disporre di un tecnico calcolatore retribuito con borse di addestramento del CNR (Patriarca, appunto).  Ma solo nel 1970 si ebbe un forte allargamento dell’organico ministeriale che salì a 9 unità fra cui finalmente un addetto all’amministrazione che fino ad allora era rimasta a mio carico, nonché un secondo posto di astronomo  che io affidai al dottor Roberto Burchi, ex studente romano che aveva  svolto la sua tesi a Collurania. Con tale apporto la produzione scientifica si incrementò sensibilmente.  Durante la mia epoca Burchi lavorò con il vecchio strumento del Cerulli  pubblicando numerosi risultati;  in seguito, fino ad anni recentissimi, ha lavorato con  il nuovo più potente telescopio istallato dai miei successori. Lavoro che è sfociato in numerose pubblicazioni apparse nelle più quotate riviste astronomiche internazionali.

Inoltre nello stesso anno 1970  Collurania fu  dichiarata sede di un’unità di ricerca del CNR e ciò apportò finanziamenti ed utilizzazione di ulteriore personale,  sia pure con contratti a tempo determinato. Fra i collaboratori scientifici durante la mia epoca ricorderò il prof. Gino Fulgenzi, teramano, anche lui tragicamente scomparso alcuni anni fa lasciando un forte rimpianto. Laureato all’Aquila con una tesi svolta  a Collurania fu collaboratore a contratto, ma in precedenza, per alcuni anni, seguendo la sua inclinazione per le scienze astronomiche,  era stato  collaboratore volontario a titolo gratuito, quando ancora non c’era prospettiva di contratti, ed ha compiuto numerose osservazioni col telescopio fotografico. Ricorderò ancora il dott. Renato De Santis, pure teramano, che ci ha prematuramente lasciati pochi anni or sono. Laureato in economia e commercio, ma dotato di un’acuta mente matematica, collaborò – attraverso borse di addestramento e contratti del CNR – compiendo  osservazioni al telescopio e studi teorici. Laureatosi in Astronomia a Bologna non poté entrare nel personale di ruolo per il superamento dei limiti di età. Sarebbe stato un apporto prezioso data la sua attitudine alle deduzioni teoriche, ma comunque continuò fino all’ultimo con le sue collaborazioni a tempo determinato, collaborazioni sfociate in numerose pubblicazioni su Riviste internazionali. Con lui rimpiango uno studioso di alto livello ed un caro amico.

Se  Di Paolantonio e Patriarca sono stati due pietre angolari, non è che non sia stata importante anche l’opera degli altri collaboratori. Il mio ringraziamento va a tutto il personale, sia stabile che temporaneo a contratto,  che durante la mia gestione ha prestato la sua opera con  capacità e diligenza sopportando e assecondando le mie esigenze che so essere state sempre severe. E  inoltre è qui gradito dovere ricordare un amico dell’Osservatorio. Il rag. Enrico Adriano che negli anni in cui ancora mancava il segretario-amministratore fornì volontariamente e disinteressatamente una prestazione indispensabile. Io tenevo alla buona un brogliaccio delle entrate e delle uscite: poi alla fine dell’anno fornivo ad Adriano i dati tolti dal brogliaccio e lui approntava secondo le forme previste dalla legge il complicato bilancio da presentare al Consiglio di Amministrazione e poi alla Corte dei Conti. Anche Adriano è scomparso, ed a lui va l’espressione della mia gratitudine.    E non posso non menzionare il valido sostegno alle mie iniziative dato dal Consiglio di Amministrazione, costantemente costituito oltre che da chi vi parla, dall’avv. Riccardo Cerulli, pronipote del fondatore dell’Osservatorio e dal dott. Luigi Anepeta,  direttore della  Ragioneria Provinciale, oggi entrambi scomparsi. Due uomini egregi, che ricordo con molta gratitudine. L’avvocato Cerulli è stato inoltre uno strenuo sostenitore, fino al successo finale,  di tutte le iniziative volte a ridare a Collurania un proprio direttore di ruolo, conformemente alla volontà del fondatore.  A lui, uomo di vedute moderne ma con la nobiltà caratteriale del gentiluomo ottocentesco, vada il nostro grande apprezzamento e il profondo rimpianto.

Qui si dirà che questa mia allocuzione è piena di rimpianti. È la condizione ineluttabile della mia età. A quest’età ci si guarda attorno e si vede un panorama cosparso di rimpianti.

Come ho già detto, il mio inserimento nella città è stato completo. Non mi sono mai sentito forestiero. Ho partecipato alla vita cittadina sia come consigliere comunale quale indipendente nel gruppo comunista, sia come esponente del Centro culturale  Gramsci, creatura di Pasquale Limoncelli. Istituito nel 1961, il Centro Gramsci, grazie all’infaticabile zelo di Limoncelli, svolse

intensa attività chiamando a Teramo numerosi esponenti della cultura nazionale nel campo dell’arte, della storia, dello spettacolo, della scienza, raggiungendo in pochi anni notevole prestigio e notorietà anche fuori dall’ambito regionale.  Militante della Sinistra in una città a maggioranza bianca, ho sempre avuto ottimi rapporti con gli esponenti del governo cittadino.  Sono stato consigliere con due sindaci: Carino Gambacorta (anche lui purtroppo ci ha lasciati) e  Ferdinando  Di Paola:  di entrambi conservo un ottimo ricordo.  Gli scontri politici, anche vivaci,  non hanno mai sconfinato nell’ambito personale se non per esprimere reciproca stima. E posso dire che non sono mai stato ostacolato né nella mia veste di direttore dell’Osservatorio né  in quella di privato cittadino.  Anzi ovunque, in tutti gli ambienti  della città  mi sono sempre sentito accolto con cordiale e talvolta affettuoso rispetto.

E qui mi è grato ricordare la cordiale ed affettuosa accoglienza di cui anche la compagna della mia vita si è sentita circondata in tutti gli ambienti cittadini.  La splendida ragazza che incontrai 66 anni fa e che ha pagato lungo una vita il prezzo della  mia totale dedizione alla scienza,  al lavoro. Un  prezzo che ha pagato  anche mentre io mi adoperavo per  vincere la scommessa su Collurania. L’età avanzata la trova ancora attiva e vivace ma non le consente assenze da casa e soprattutto lunghi viaggi. Per questo non è qui fra noi e se ne rammarica. Porto a tutti l’espressione del suo grato ricordo ed il suo saluto affettuoso.

Come ho detto all’inizio, ho amato molto Collurania e la città di Teramo. E mi sono sentito corrisposto dalla cordiale stima dei cittadini.  L’avermi conferito la cittadinanza è un onore che accetto di buon grado, anche se non so quanto meritato, proprio come manifestazione di questo sentimento reciproco.  Ringrazio ancora il Sindaco   Giovanni  Chiodi, ringrazio i Consiglieri per tanto onore, ringrazio i presenti.   Vorrei che fossero qui oggi i tanti  teramani scomparsi che mi hanno onorato della loro amicizia. Vorrei farne i nomi ma mi astengo per evitare  le omissioni che certamente farei.

A novant’anni di età  – li compio fra breve, il prossimo marzo – mi guardo addietro e rivedo il mondo che mi circondava nella mia adolescenza, nella mia gioventù fiorentina. Accanto a questi ricordi, incancellabili  e struggenti, ci sono  quelli, pure incancellabili, della mia vita teramana.  I ricordi della vostra e mia città, i ricordi della mia e vostra Collurania”.

1 Commenti di questo articolo

  • Corrado Bartolini

    ottobre 23rd, 2011 on 21:42

    Ho conosciuto il Prof. Tempesti nel 1965 perchè facemmo uno studio combinato della binaria ad eclisse BV 412. Leggendo il bellissimo ricordo di lui mi sono commosso.
    Ho conosciuto e apprezzato anche il Sig. Agostino Dipaolantonio che nel 1992 mi insegnò ad usare il fotometro del telescopio di Collurania, che mi sembrò costruito molto bene.









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