Il Toro: una costellazione autunnale celata in millenarie leggende

settembre 28, 2011  |   AstronomiaNova   |     |   2 Commenti

Lorenzo Brandi

Sappiamo tutti che la Terra è animata da un moto di rotazione attorno al proprio asse e da un moto di rivoluzione intorno al Sole. L’azione combinata dei due moti si manifesta sulle stelle che, oltre a sorgere e tramontare, manifestano un lento moto da ovest verso est. Pertanto la volta stellata visibile a settembre ad esempio, è la stessa di ottobre di un paio di ore prima.

Se non ci fosse il Sole pertanto basterebbero le 24 ore per osservare tutte le costellazioni che è possibile osservare da una determinata località. Se il Sole è nel Toro, ovviamente, la costellazione si renderebbe visibile negli stessi momenti in cui il Sole è sopra l’orizzonte, in pieno giorno, rendendosi di fatto invisibile. Viceversa il momento di migliore visibilità si ottiene a sei mesi di distanza.

Meno noto è un terzo moto della Terra, denominato precessione degli equinozi, che manifesta i suoi effetti su tempi molto più lunghi. Fra i vari effetti sull’apparente movimento stellare ha anche quello di far congiungere il Sole con diverse costellazioni, anno dopo anno, alla stessa data di calendario.

La convenzionale classificazione dei periodi dell’anno sotto il segno dell’Ariete, del Toro, dei Gemelli e così via è stata codificata una volta per tutte millenni fa, con ogni probabilità dagli astrologi mesopotamici, quando il fenomeno della precessione non era ancora conosciuto. Fu Ipparco, in Grecia, nel II secolo a.C. a scoprire il fenomeno dandone anche una quantificazione. Durante il succedersi dei secoli nessuno provvide ad aggiornare però i modi di dire e pertanto, ancora oggi associamo al Toro il passaggio del Sole, mediamente, tra i 21 di aprile e di maggio.  Ma le cose non stanno così.  Poiché la precessione compie un giro completo in 26000 anni, essendo passati ben oltre due millenni, il Sole entra ufficialmente entro i confini del Toro, stabiliti una volta per tutte da Eugene Delporte, per conto dell’Unione Astronomica Internazionale nel 1928, il 14 maggio, quasi un mese dopo rispetto al periodo previsto dai Sumeri. Di conseguenza, il periodo di migliore visibilità della costellazione viene slittato avanti di un mese, a novembre, all’inizio dei primi freddi, anche se già nelle ore tarde di queste sere è possibile osservarlo al suo sorgere.

Bellissima incisione della costellazione del Toro nel “Firmamentum Sobiescianum, sive uranographia - Prodromus Astronomiae” , 1690, di Joannes Hevelius

Chi conosce la costellazione sa che è un autentico scrigno. Le stelle, una diecina le più brillanti, annoverano Aldebaran, una gigante rossa di magnitudine 0,9. Vengono poi El Nath (la beta, in comproprietà con l’Auriga), decisamente meno brillante di Aldebaran, agli antipodi come aspetto essendo una gigante blu. Vengono poi alcune doppie come la θ,  la k , la l, la s, la f, la c. Fatta eccezione per la l  che è una variabile ad eclisse le altre sono visibili come doppie già con binocoli o piccoli telescopi. Ma il Toro dà il meglio di sé nel profondo cielo: esso annovera tra i propri confini i due ammassi aperti più noti ed appariscenti, come le Iadi, tra le quali si trova intrufolata Aldebaran senza alcun legame fisico, e le Pleiadi, che coprono una porzione di cielo grande quanto circa tre lune piene. Non va infine dimenticato M1, la Nebulosa del Granchio (Crab Nebula) il residuo della supernova esplosa nel 1054 d.C. Al centro si trova tuttora visibile, ma solo con telescopi potenti, la stella che ha prodotto la nebulosa con la sua esplosione.

A questo raggruppamento di stelle si è attribuita la denominazione di Toro. Perché? Sappiamo benissimo che le stelle di una costellazione ben difficilmente sono fisicamente legate tra loro, è solo il gioco prospettico che ce le fa apparire raggruppate in una determinata zona di cielo. Per giunta ogni cultura ha catasterizzato in cielo figure diverse. Vederci un toro, è impresa ardua. Chiarisco anche il significato di catasterismo: Processo per cui un eroe, una divinità o un oggetto viene trasformato in un astro o in una costellazione; deriva dal greco: [katasterizo] colloco fra le stelle, composto di [kata] in giù e [aster] astro.

Si può ripercorrere il ragionamento degli antichi e immaginare, quasi per gioco, che le Iadi formino una “V” nella quale si cela il centro del muso, che da una parte si conclude sull’occhio iniettato di sangue rappresentato da Aldebaran, mentre salendo ancora, simmetricamente, la b e la ζ rappresentano le estremità di due corna molto allungate. È facile fare un discorso del genere col senno di poi.

Le stelle del Toro unite idealmente a rappresentare la costellazione e, in filigrana, i lineamenti della costellazione.

Certo l’idea di mettere lassù, in quella determinata porzione di cielo, un toro da qualche parte deve essere scaturita.

Il toro è un animale che ispira forza, robustezza, vigore fisico, connotati visti ora con accondiscendenza, ora con timore.

L’astrologia, non di rado congiunta all’astrolatria, ha mosso i primi passi, maturi, proprio nel bacino mesopotamico sulla fine del III millennio a.C. Facendo leva proprio sulla precessione, in quel periodo il Toro era la costellazione che conteneva tra i propri confini il punto gamma, cioè l’intersezione tra l’eclittica e l’equatore celeste. In concomitanza col passaggio del Sole nel Toro cominciava la primavera.

Se andiamo a ritroso nel tempo, il Toro diviene costellazione equinoziale, mantenendo il suo status, dalla metà del V fino alla fine del III millennio a.C. L’ipotetico osservatore, nato 5000 anni fa, avrebbe potuto godere della sua vista a partire dalla fine della primavera.

Intorno al 2200 a.C. però la costellazione fu smembrata in due parti: il Toro perse le sue estremità posteriori che divennero l’Ariete, perdendo al tempo stesso anche la leadership zodiacale, visto che una delle intersezioni fra l’equatore celeste e l’eclittica veniva a trovarsi proprio in quella regione che gli era stata tolta.

I ritrovamenti sembrano indicare che la costellazione nasce durante quel lungo lasso temporale in cui costituiva lo sfondo del Sole equinoziale. Immaginiamo allora di essere trasportati indietro nel tempo: intorno al 3000-4000 a.C. La rossa Aldebaran e le altre stelle di contorno sono lo scenario su cui si proietta il Sole che riemerge dalle tenebre invernali. Gli antichi osservatori, come ad esempio i Sumeri, immaginano celarsi sotto quelle stelle un Toro. C’è una ragione precisa? Abbiamo già detto che tra una stella ed un’altra della medesima costellazione non c’è alcun apparentamento salvo quello prospettico, quindi le costellazioni nascono col precipuo intento di facilitare la memorizzazione delle posizioni, vista l’importanza astrologico-calendariale. Certo, la storia delle costellazioni ci insegna che ogni popolo ci ha visto quel che ci voleva vedere. Alle volte però, i miti, le figure ed anche i nomi, vogliono essere qualcosa di più. Il mito aveva per i greci una funzione didascalica ed esemplare. Il cielo, ritenuto immutabile, eterno, poteva essere dunque il supporto sul quale scrivere una storia che doveva essere tramandata, come le pagine di un libro. Si deve anche tener conto che nell’antichità solo una piccolissima percentuale di popolazione sapeva leggere e scrivere: il cielo era disponibile senza alcuna codifica linguistica, accessibile a tutti, alfabetizzati e analfabeti.

Sul filo del ragionamento si può allora rilevare che le figure celesti non sono create a caso, benché la fantasia giochi innegabilmente un ruolo rilevante. Se guardiamo il cielo con gli occhi di Omero (lasciando stare la tradizione che lo vuole cieco), Esiodo, Arato possiamo ravvisare alcune aree tematiche. Le più famose ed estese sono quelle delle Acque Celesti comprendente Eridano, Pesci, Acquario, Pesce Australe, Balena, Delfino ed il mezzo Capricorno meridionale di origine paleolitica; il gruppo riguardante Cefeo, Cassiopea, Andromeda, Perseo, Pegaso e di nuovo la Balena, di origine più recente; Ercole, Idra e Cancro che si rifanno tutte ad una storia comune ma che non appaiono unite nel cielo; le Orse ed il suo Guardiano Bootes; Ofiuco, Serpente e Scorpione, risalenti al V-IV millennio a.C. Lo Scorpione lo troviamo coinvolto con Orione (e situati reciprocamente agli antipodi); e per finire, il mito del Toro, isolato o in associazione con Orione, o ancora con l’Aquila (anche in questo caso non ravvicinati nel cielo).

I miti collegati alle volte appaiono molto più sottili di quanto possa sembrare a prima vista. Facciamo alcuni esempi, prima di addentrarci in un’analisi del toro celeste. In apertura abbiamo parlato del fenomeno della precessione, sconosciuto ad Esiodo ma noto a Tolomeo.

Un movimento rotatorio come quello della precessione si spiega se l’asse terrestre (o quello celeste per come vedevano le cose i Greci) è vincolato a ruotare attorno ad un altro.

L’asse attorno a cui avviene il fenomeno si situa fra le spire del Drago ed è identificato allegoricamente col tronco dell’albero dalle mele d’oro nel giardino delle Esperidi (con cui dovrà fare i conti Ercole durante una delle sue mitiche fatiche), attorno al quale è avvinghiato un drago a guardia perenne. Il Capricorno è simbolicamente rappresentato come mezzo pesce (che si immerge nelle acque del profondo sud) e mezza capra (che risale rapidamente il cielo) perché in esso il Sole dapprima si immerge verso il solstizio invernale per poi risalire.

Le Pleiadi hanno la radice “plei” da πlεω = “navigare” che si riferisce al fatto che esse sorgevano in cielo quando il tempo si faceva propizio alla navigazione.

Anche dietro la mitografia del Toro potrebbe celarsi qualcosa di sottile. Di miti ce ne sono molti, e tutti con delle varianti. Uno molto famoso racconta che Europa, che significa “dagli occhi larghi”, era la figlia di Fenice, il re che aveva dato nome alla Fenicia, e di Telefassa, la “lungisplendente”, della cui bellezza Zeus si invaghì, vedendola giocare con le compagne sulla spiaggia.

Per poterla avvicinare, assunse le sembianze di un toro mansueto dal candore abbagliante, dagli occhi rossi e con le corna a forma di falce di Luna.

Poi, docile, andò ad accosciarsi ai piedi della ragazza che, attratta dalla sua bellezza e dalla mansuetudine, cominciò a giocare con lui adornandolo di fiori, poi gli salì in groppa. Il toro si slanciò allora verso il mare, incurante della preoccupazione della giovane che vedeva allontanarsi sempre più la costa fenicia finché raggiunse Creta.

Qui nei pressi di una fonte all’ombra dei platani, che in memoria di quell’amore ebbero il privilegio di non perdere le foglie, assunse le sembianze di un’aquila e sotto questa forma si unì a lei. Dall’unione nacquero Minosse, Sarpedonte e Radamanto. Zeus donò ad Europa Talo, il bronzeo guardiano di Creta a perenne protezione dell’amata, un cane che non mancava mai la preda e un dardo che non falliva il bersaglio, e poi la diede in sposa al re di Creta Asterion, che significa ”re delle stelle”, il quale adottò i suoi figli.  Dopo la morte ad Europa vennero tributati onori divini, mentre il toro che aveva prestato le sue sembianze a Zeus fu trasformato in costellazione, come pure l’aquila.

Un toro lo ritroviamo nelle vicende di Minosse (uno dei figli di Europa), o meglio di sua moglie Pasifae, “colei che illumina tutto”, che genererà il Minotauro, l’essere mezzo uomo e mezzo toro, segregato nel labirinto costruito appositamente da Dedalo e che sarà finalmente ucciso da Teseo con l’aiuto di Arianna, la figlia del re cretese.

Il toro riecheggia molto nelle storie cretesi. Cosa vuol dire? Che cosa significa? Ed il rapimento? Perché? Il toro è il simbolo dell’energia primordiale. In sumero si chiama “Gusidi”, cioè “toro conduttore”. In Egitto troviamo il dio Apis, che contiene una radice che significa “forza della natura”. Ed anche gli Ebrei in fuga dall’Egitto, caduti nella tentazione idolatrica, innalzeranno il vitello d’oro (che in realtà non era un vitello ma un toro). Date queste premesse, se si vuole trasporre un toro in cielo, è naturale che il luogo deputato ad accoglierlo sia il punto equinoziale, simbolo della rinascita della natura. In paesi caldi come il Mediterraneo meridionale la forza della natura si associa facilmente al sole. Infatti il dio Apis è rappresentato come un toro con un disco rosso, inequivocabile simbolo del Sole, appoggiato sulle estremità delle corna. Ma passa il tempo e a causa della precessione, perso il punto vernale, anche il suo simbolismo si deve modificare in terra-elemento, terra-generatrice e, sostiene Cattabiani nel suo Planetario, “per analogia divenne l’animale sacro alle divinità lunari”. Così le corna finirono per rappresentare la falce di Luna e tutte le eroine della vicenda (la “lungisplendente”, “colei che illumina tutto”, colei “dagli occhi larghi”) sono chiare allusioni alla Luna.

Se da un lato appare dunque ragionevole capire perché ci sia un toro nel cielo e perché quelle determinate stelle siano state identificate con esso il significato del rapimento rimane ancora oscuro.  Alcuni archeologi hanno scoperto tra le coste d’Israele e del Libano i resti di alcuni insediamenti distrutti, verosimilmente da una calamità, probabilmente un maremoto (o come si dice oggi tsu-nami). Nella vicenda mitica si potrebbe celare il ricordo di un cataclisma che sconquassò il Mediterraneo, che devastò le coste del mar di Levante, da cui proveniva Europa, cedendo la palma di signora del Mediterraneo orientale alla terra di approdo: Creta. Anche il mito di Teseo che col suo coraggio pone fine al sacrificio annuale dei 14 giovinetti ateniesi, orrido pasto del Minotauro, si lega a quella fase storica arcaica durante la quale la Grecia continentale subiva la sudditanza nei confronti della civiltà minoica, dove tra l’altro la tauromachia era molto in voga.

Si tratta di eventi così remoti che trovare conferme tangibili è arduo. In ogni caso, dando credito a questa ipotesi, a quando far risalire l’evento? Probabilmente alluvioni e devastazioni lungo le coste del Mediterraneo ce ne sono state tante.

La distruzione degli insediamenti potrebbe aver avuto luogo in epoche diverse tra loro. Tuttavia esiste anche un dato, scientificamente sicuro, riguardante un evento tanto potente da aver investito un’ampia parte del Mediterraneo e che potrebbe essere stato lui da solo l’artefice di morte, distruzione, devastazione, tanto sulle coste del Libano che su quelle dell’odierno Israele.

L’isola di Santorini con l’indicazione della posizione del cratere vulcanico e della vastissima caldera, ora sommersa dalle acque del Mediterraneo.

Si potrebbe arguire che lo tsunami sia stato quello provocato dall’esplosione del vulcano di Santorini, intorno al 1630 a.C., col conseguente scivolamento di buona parte dell’isola sotto il livello del mare, avvenuto circa 1450 anni prima di Cristo.

Il giornalista Sergio Frau, col suo libro Le colonne d’Ercole: un’inchiesta, sostiene che i nuraghi del meridione sardo siano stati spazzati via da un simile cataclisma. Anzi arriva a dire che sia stato proprio quell’evento a distruggere i nuraghi meridionali. Qualche reminiscenza di un simile evento deve essere rimasto anche in Grecia. Ci sono i racconti di Erodoto e poi arriva Platone il quale, nel Crizia, parla di un’immane catastrofe avvenuta novemila anni addietro. Ma se gli anni di Platone fossero in realtà mesi, o lune?

Tutto tornerebbe, sostiene Frau, il quale si spinge oltre. Le colonne d’Ercole, l’Ultima Tule del Mediterraneo, furono poste là a Gibilterra da Eratostene, il che ben si adattava al mondo romano.

Con la conquista dell’intero Mare Nostrum divenivano l’ultimo baluardo prima dell’ignoto. Se così fosse però non tornerebbero i racconti di Erodoto, a cui certamente si ispirò Platone, che farebbe sfociare il Rodano nell’Atlantico, nascere il Danubio sui Pirenei ed abitare la Spagna dai Celti.

Se invece le colonne d’Ercole fossero spostate più ad oriente e precisamente nel canale di Sicilia tutto tornerebbe a posto. I riguardi di Ercole, per usare le parole di Dante, allora, non sarebbero stati posti ai confini e nei confronti dell’ignoto, ma nei confronti della ben più temibile flotta punica, l’invincibile armata cartaginese che dominava incontrastata il Mediterraneo occidentale e che certamente non l’avrebbe fatta passare liscia ad un’incauta imbarcazione achea che si fosse avventurata nei loro domini. Peraltro, seguendo una ricerca effettuata da Castellani e resa pubblica nel libro Quando il mare sommerse l’Europa, millenni fa, il Mediterraneo era più basso di circa 200 metri, lo stretto di mare che separa Capo Bon dal Lilibeo era molto più angusto, le due coste potevano vedersi. Sarebbe più naturale porre là i “riguardi” d’Ercole, dove comincia il massiccio dell’Atlante (nel versante orientale e non in quello occidentale). Allora, conclude Frau, la mitica Atlantide sprofondata in un giorno ed in una notte di cui parla Platone, posta oltre le colonne d’Ercole, non potrebbe essere proprio la Sardegna, devastata al pari delle coste fenicie? Effettivamente tutti i nuraghi di bassa quota a sud di Barumini appaiono distrutti e sopra quelli in quota coevi sono alle volte quasi intatti, segno evidente che dal mare è venuta la distruzione e i primi rilievi di Barumini hanno preservato quelli a quota maggiore.

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ritiene plausibile che una frana di gigantesche proporzioni, staccatasi dal fianco orientale dell’Etna, 8000 anni fa provocò lo sprofondamento in mare di ben 35 chilometri cubi di materiali e la successiva generazione di uno tsunami, illustrato in queste immagini, le cui onde raggiunsero le coste del Libano in meno di 4 ore.

L’ipotesi è intrigante. I libri che abbiamo citato, fatta eccezione per Planetario, per quanto accurati nelle documentazioni tralasciano di investigare eventuali correlazioni astronomiche. Per intanto dunque, fatta eccezione per le località geografiche di partenza e approdo di Europa tra le varie ipotesi sui cataclismi ed il Toro non sembrano esserci correlazioni. Tanto più che, si potrebbe obiettare, il toro si trova forse lassù da molto tempo, prima del cataclisma di Santorino. E poi cosa c’entra il rapimento?

Sono tutte obiezioni perfettamente legittime alle quali ci sentiamo solo di dare qualche spunto per ulteriori riflessioni o indagini.

Bisogna innanzi tutto prendere in considerazione alcuni fatti.

Pur con tutta l’incertezza legata alla frammentarietà dei riscontri, calamità del genere non sono così rare. Il fatto di essere al confine tra la zolla africana e quella europea fa sì che il Mediterraneo sia soggetto a frequenti terremoti e tsu-nami conseguenti. In tempi molto più recenti a quelli citati ne ha fatte le spese la città di Messina (che nel 1908 subì più danni dal maremoto che dal terremoto che l’aveva provocato). Negli ultimi 2000 anni l’Italia ha subito 67 maremoti di varia intensità. Forse l’evento spazza-Libano è un altro? Dall’osservazione delle tracce di ossidiana nei fondali e da altre testimonianze geologiche Paul Tremer, dell’Istituto Oceanografico di Francia, sostiene che un maremoto di entità superiore a quello avvenuto nell’Oceano Indiano a Natale del 2004, tanto per intenderci, ha avuto luogo fra il 13000 ed il 6000 a.C. Dello stesso avviso sono anche Enzo Boschi, Maria Pareschi, Massimiliano Favalli, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Essi sostengono che il maremoto abbia avuto luogo intorno al 6000 a.C. a causa dello scivolamento in mare del fianco orientale dell’Etna. Le simulazioni al computer hanno valutato gli effetti che si sarebbero potuti provocare sui lidi mediterranei. Sembra prendere consistenza l’ipotesi che veramente tra il 6000 ed il 10000 a.C. (più o meno al tempo in cui Platone fa risalire gli eventi) avvenne uno tsu-nami di immani, gigantesche proporzioni. La Pareschi è poi giunta alla conclusione tutta personale che Atlantide sia in realtà la Sicilia. In un certo senso sembra che nella ricerca di correlazioni fra leggende, miti antichi e resoconti storici si siano occupati tutti: reporter, giornalisti, geologi, oceanografi. Manca all’appello l’astronomo. Eppure il pretesto c’è. Il ricordo dell’evento infatti potrebbe essersi trasformato nei secoli successivi in un toro (vale la pena accennare che il toro ed il cavallo sono gli animali sacri a Poseidone, dio greco del mare), ben assimilabile alla forza distruttrice, ma anche elemento di rinascita, e per assicurarne la memoria si traspone in cielo, dopo che il cataclisma ha avuto luogo.

C’è anche un’altra ipotesi da prendere in esame. Anche se l’evento che ha ispirato Erodoto e Platone ha avuto effettivamente luogo dopo la catasterizzazione del toro si potrebbe sostenere che magari la storia di Europa, del rapimento è più tarda e chi l’ha confezionata si è servito di una figura già consolidata nell’immaginario collettivo.

Si tratta di due soluzioni che tuttavia ancora non spiegano la storia del rapimento. Azzardiamo un’ipotesi che per il momento non ha alcuna pretesa. Il rapimento potrebbe essere l’allegoria della leadership culturale e politica nel bacino del Mediterraneo. In effetti le prime civiltà che fiorirono furono quelle della Mezzaluna fertile (Mesopotamia, Egitto, coste fenice) per poi passare a Creta, la cui sudditanza fu avvertita anche dalla Grecia, per poi proseguire oltre con la supremazia della Grecia continentale ed infine con quella romana.

La tesi ha certamente bisogno di ricerche approfondite e questo testo non ha altra pretesa che quello di suscitare tanto la curiosità da indurre qualcuno a dedicare un po’del proprio tempo libero alla faccenda. Per poter suffragare delle ipotesi del genere sarebbe opportuno scovare nella letteratura e nelle arti figurative qualche altro elemento a sostegno, oppure trovare argomentazioni convincenti che fughino ogni dubbio circa la legittimità dell’accostamento toro (costellazione), Atlantide, Creta. D’altra parte le storie sono sparse nel corso di così tanti secoli che le tracce si fanno molto diluite.

In attesa di riscontri ci piace ipotizzare che il toro bianco dagli occhi rossi catasterizzato in tempi assai antichi e l’altrettanto arcaiche leggende di una civiltà sommersa dai flutti e chiamata Atlantide potrebbero riferirsi: primo, ad un evento realmente accaduto; secondo, essere ispirate dal medesimo evento.

Lorenzo Brandi

si è laureato in Astronomia all’Università di Bologna, presso la stessa Università, nel 2006 ha conseguito un Master di II livello: ‘Matematica per le applicazioni’. Ha acquisito una certificazione per attività didattiche e divulgative delle scienze che gli ha permesso di collaborare per alcuni anni con l’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze.
Dal 2003 è Tutor (referente scientifico) a villa Demidoff presso il Laboratorio di Didattica Ambientale. Ha tenuto lezioni del Planetario di Firenze, presso la Fondazione Scienza e Tecnica.
Le effemeridi astronomiche da lui prodotte sono state fornite alle edizioni Chiaravalle e a Frate Indovino per la realizzazione dei loro almanacchi e calendari e dal 2007 collabora con la rivista ‘le Stelle’ e con ‘la Stampa’ di Torino per l’inserto ‘Tutto Scienze & Tecnologia’ per la pubblicazione di articoli di carattere astronomico.  E’ docente precario di matematica e fisica nella scuola secondaria superiore.

2 Commenti di questo articolo

  • armando forlini

    ottobre 21st, 2011 on 06:16

    la mia bella costellazione brilla nel cielo di settembre, ottobre, novembre e dicembre.
    Oggi 21/11/2011 alle ore 24 circa volgendo lo sguardo verso est, a circa 70′ sull’eclittica, si mostra in tutta la sua bellezza. Aldebaran, la sua gigante rossa, stesso destino del nostro sole, brilla volgendo lo sguardo alle pleiadi, mentre le iadi tremulano al centro; uno spettacolo maglifico!!!!

  • Salvatore Aiello

    novembre 10th, 2015 on 08:06

    Ma … non è un normale articolo …è un articolone. Memorizzo l’indirizzo e appena ho un paio d’ore di tempo me lo studio. Complimenti Lorenzo.









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