La rivoluzione lenta

agosto 30, 2011  |   AstronomiaNova   |     |   0 Commenti

Francesco Ongaro

Siamo per abitudine portati ad associare al termine rivoluzione l’idea di un cambiamento. E in particolare l’idea di un cambiamento repentino che stravolge il senso e le relazioni tra gli elementi in gioco. Non è questo il caso della rivoluzione copernicana che produsse sì un cambiamento epocale, ma su tempi dilatati. Nell’ordine di svariati decenni, fino quasi a un secolo. Si può quindi a ragione parlare di rivoluzione lenta, anche se l’accostamento dei due termini appare di primo acchito un ossimoro.

Per meglio intenderci, proviamo a porre qualche paletto cronologico. L’idea di un sistema eliocentrico viene riproposta (nota 1) da Copernico nel 1543. Come tutte le teorie scientifiche incontra sostenitori e oppositori. Il dibattito coinvolge la comunità degli studiosi dell’Europa intera e dura a lungo.

Le prove irrefutabili a suo favore, almeno ai nostri occhi di uomini del XXI secolo, sono contenute nell’Astronomia Nova di Keplero (1608) e nel Sidereus Nuncius di Galileo (1610) (nota 2). Dal 1543 al 1610 trascorrono però quasi settant’anni che andremo ora ad esaminare nel loro sviluppo più da vicino.

Frontespizio della prima edizione del 1543, del De Revolutionibus, pubblicata a Norimberga.

Il De Revolutionibus, nel quale Copernico ripropone il sistema eliocentrico, esce per la prima volta presso uno stampatore di Norimberga, nel 1543, e avrà in seguito, nel breve giro di pochi decenni, altre due edizioni – Basilea, 1566, e Amsterdam, 1628 – (fig. 1). Come ha dimostrato Owen Gingerich in uno scrupoloso censimento delle copie che sono sopravvissute fino ai nostri giorni, il libro circola in tutta Europa e, a dispetto della sua complessità, viene letto e meditato con attenzione.

Il testo, ricco di riferimenti matematici, ha una lunga incubazione (nota 3) e vede la luce soltanto negli ultimi giorni di vita dello studioso polacco (nota 4), grazie alla premura e alle insistenze di un giovane matematico tedesco, Rheticus, che lo fa precedere da una prima parte di un testo introduttivo, la Narratio Prima, che poi non avrà più seguito a causa della pubblicazione del De Revolutionibus. Per meglio comprendere però le novità introdotte da Copernico e i suoi debiti nei confronti della visione tolemaica, dobbiamo fare un piccolo passo indietro e analizzare ciò che c’era prima.

Quello che noi indichiamo come sistema tolemaico è in realtà figlio di tre padri: Platone, Aristotele e Tolomeo. Ciascuno dei quali contribuisce in maniera differente alle sue fortune. Il contributo di Platone è di carattere, possiamo dire, filosofico. A lui si deve la convinzione, l’ultima che crolla di fronte all’evidenza delle misure di Tycho Brahe e ai calcoli di Keplero, che i movimenti celesti descrivano la più regolare e perfetta delle traiettorie: la circonferenza senza fine. Prima di tutto le stelle, oggetti per loro natura eterni e immutabili, le quali si muovono nei cieli con velocità uniforme, ruotando attorno alla Terra lungo tali circonferenze. Inoltre, anche se alcuni oggetti celesti  – il sole, la luna e i pianeti – seguono cammini più complessi, inclusi pure dei moti retrogradi, proprio perché corpi celesti, anch’essi debbono sicuramente muoversi in maniera conforme al loro rango. In conseguenza di ciò i loro moti, dal momento che non descrivono esattamente delle circonferenze perfette, non possono che derivare da una qualche combinazione di circonferenze perfette. Tolomeo è colui che dà veste matematica a queste idee. Nel secondo secolo dopo Cristo, ad Alessandria d’Egitto, redige un testo, l’Almagesto, giunto in Occidente attraverso gli arabi (nota 5), che influenzerà il pensiero astronomico per più di un millennio. Tolomeo parte dall’asserto che tutti gli oggetti celesti si muovono lungo circonferenze che hanno come centro la Terra.

Deferenti ed epicicli del sistema tolemaicoDal momento però che questa affermazione è apparentemente smentita dalle osservazioni dei moti dei cieli – soprattutto quello delle stelle erranti (pianeti) che hanno delle fasi di moto retrogrado – completa il proprio systema mundi con un armamentario di strumenti il cui unico scopo è rendere ragione dei movimenti reali. Tra le pagine dell’Almagesto si incontrano dunque circonferenze principali (deferenti) lungo le quali si muovono centri di circonferenze secondarie (epicicli), centri dei deferenti che non coincidono alla perfezione con la Terra (eccentrici) e punti rispetto ai quali le stelle erranti si muovono con velocità costanti (equanti), fig. 2. Combinando questi strumenti, Tolomeo dà ragione di tutti i movimenti dei cieli facendo salvo il principio enunciato da Platone.

Egli non si è mai preoccupato di attribuire realtà fisica al cosmo da lui descritto (nota 6). Il suo è semplicemente un modello geometrico che “funziona”. In altre parole, in un’epoca in cui lo studio dei cieli è legato a doppio filo alla compilazione degli oroscopi, il sistema tolemaico è uno strumento che risulta in grado di predire, con una precisione che verrà eguagliata e superata solo molti secoli dopo, i movimenti attraverso le costellazioni dei pianeti. Aristotele invece, grazie alle sue fortune medioevali, dà una veste fisica al sistema tolemaico, partendo dalla contrapposizione tra il caos del mondo sublunare, caratterizzato dai quattro elementi  (nota 7), e l’immutabile ed eterna perfezione delle sfere celesti, che divengono il luogo deputato per eccellenza ad essere la dimora di Dio. Una contrapposizione che può essere interpretata anche in chiave teologica (mondo del peccato/presenza costante della divinità) ma che soprattutto descrive un cosmo antropocentrico, costruito attorno all’uomo, il quale vive sì nel peccato, però al centro dell’intera creazione, sotto lo sguardo tutelante e benevolo di Dio, fig. 3. Il sistema eliocentrico copernicano parte da queste convinzioni millenarie e perciò, dal momento che non ci si libera del passato con un semplice colpo di spugna, risulta debitore sotto molti aspetti nei confronti del sistema tolemaico. Innanzitutto la struttura del De Revolutionibus ricalca quella dell’Almagesto, come a volersi rifare a un modello, poi Copernico fa ampio uso di deferenti, epicicli ed eccentrici. Rinuncia solo agli equanti. Scelta che lo obbliga a utilizzare un numero di circonferenze di poco superiore a quello di Tolomeo. Alla fine le uniche novità che il polacco introduce sono il sole spostato al centro dell’universo e la conseguente spiegazione dei moti retrogradi dei pianeti come semplici moti apparenti. Non poco, a dire il vero. Però siamo ancora distanti dalla complessità e dall’accuratezza della visione kepleriana.

tycho braheÈ passata alla storia l’introduzione che precede la prima edizione del De Revolutionibus  (nota 8), nella quale, con l’intento di evitare l’ostilità dell’Inquisizione, si afferma che quanto descritto nel libro è una semplice ipotesi matematica, priva di alcuna realtà fisica. Stratagemma che di per sé avrebbe il solo fine di agevolare i calcoli nel determinare la posizione dei pianeti. Idea che, con buona probabilità, non sarebbe stata condivisa da Copernico, il quale era invece convinto della realtà fisica del proprio sistema. È a questo punto che entra in gioco un’altra figura che all’atto pratico funge da traghettatore tra Copernico e la coppia Keplero/Galileo. Si tratta dell’astronomo Tycho Brahe, fig. 4. Tycho è di nobili origini, la famiglia dei Brahe fa parte del Consiglio della Corona danese, e il giovane ha davanti a sé due carriere: quella militare e quella politica. Altro, significherebbe venir meno al proprio rango. Tycho però è attratto dai cieli e dallo studio dell’astronomia. La famiglia, pur non approvando, lo lascia sfogare.  Compiuti gli studi universitari gli concede di percorrere per un paio d’anni l’Europa, come era costume a quel tempo, per allacciare rapporti e imparare lingue. Al suo rientro pare che Tycho abbia messo la testa a posto e sia pronto a intraprendere la carriera che è stata scelta per lui. Rovina però i piani dei Brahe l’improvvisa comparsa, nella primavera del 1572, di una stella nova. L’oggetto celeste che, con la sua sola presenza, smente il dogma dell’incorruttibilità dei cieli, viene osservato da centinaia di studiosi. In particolare si cerca di misurare la sua distanza dalla Terra attraverso l’angolo di parallasse. Come spesso accade quando si è convinti dell’esattezza a priori del proprio pensiero, atteggiamento che nella storia della scienza è meno raro di quanto si ritenga, i più collocano la stella nova all’interno della sfera sublunare, il solo posto dove la teoria aristotelica accetta l’esistenza di un oggetto in grado di mutare l’eterna inalterabilità dei cieli. Uno dei pochi che colloca l’oggetto celeste tra le stelle fisse è proprio Tycho, il quale comprende in quella circostanza che non ci sarebbe stato accordo o ordine all’interno dell’astronomia fino a quando non si sarebbero usati strumenti adeguati e precisi (nota 9). L’astronomia deve essere rifondata e Tycho è l’uomo che, rompendo anche i rapporti con la famiglia (nota 10), si incarica di portare a termine quel compito.

Tycho viene “infeudato” dal re di Danimarca Federico II nell’isola di Hven, fig. 5, in mezzo allo stretto dell’Oresund. Qui fonda Uraniborg. Un vero e proprio centro di ricerca che per la sua modernità non ha ancora finito di stupire. In un periodo storico nel quale lo scienziato è un individuo solitario che conduce le proprie ricerche per conto suo, Uraniborg, fig. 6,  è un luogo nel quale convergono studenti universitari da tutta Europa che si fermano a studiare e lavorare per diversi anni prima di tornare in patria.

Sono organizzati in gruppi di lavoro, ciascuno dei quali si occupa di misure accurate e sistematiche. Soprattutto hanno a loro disposizione strumenti che raggiungono un grado di precisione impensabile (nota 11). Il tutto per più di vent’anni. Nel periodo di suo massimo splendore sull’isola di Hven sono presenti vivai ittici, una cartiera, un laboratorio alchemico, officine per la fabbrica di strumenti, una stamperia. È completamente autosufficiente. Tycho arriva non solo a collezionare una serie di misure senza precedenti, ma si produce anche la carta e si stampa i libri che poi manda in giro per l’Europa con i risultati delle osservazioni fatte a Uraniborg. Tycho non è un copernicano. E non lo è per una ragione molto semplice. Se la Terra fosse in movimento, sarebbe possibile misurare la parallasse delle stelle fisse. Lui non riesce a misurarla (nota 12). Da ciò se ne deduce che le stelle fisse sono così distanti che non è possibile apprezzare il loro angolo di parallasse, il che implica un universo di dimensioni infinite, oppure che la Terra è ferma.

l’Osservatorio di Uraniborg sull’isola  di Hven, circondato da splendidi giardini

sistema tychonicoTycho opta per la seconda delle due ipotesi, anche perché non riesce ad accettare l’idea di un universo infinito che è l’esatto opposto di un universo antropocentrico come quello aristotelico. Però è sufficientemente onesto dal punto di vista intellettuale per riconoscere che le cose non funzionano come ha descritto Tolomeo. Pertanto elabora un proprio systema mundi che passa alla storia come sistema tychonico, fig. 7. Nel suo sistema  (nota 13) la Terra rimane ferma al centro dell’universo e attorno a lei orbita il sole che è a sua volta il centro di rotazione di tutti gli altri pianeti. Il meccanismo è abbastanza complesso, al punto che l’orbita solare e l’orbita marziana arrivano a intersecarsi. Pur conservando orbite circolari, egli rifiuta la convinzione aristotelica che i pianeti si muovano incastonati dentro sfere trasparenti chiamate cristallini. Inizia perciò una lunga e puntigliosa osservazione di Marte che si protrarrà per quasi vent’anni. Queste misure, nelle intenzioni di Brahe, dovrebbero permettere la ricostruzione dell’orbita del pianeta e confermare le sue teorie riguardo il movimento degli astri.  Il re di Danimarca Federico II però muore e i rapporti con il figlio, Cristiano IV, peggiorano rapidamente (nota 14). Tycho abbandona prima l’isola di Hven e poi lo stesso regno di Danimarca. Dopo una lenta peregrinazione di un paio d’anni attraverso l’Europa con tutta la numerosa famiglia e la carovana dei suoi preziosi strumenti al seguito, approda a Praga alla corte di Rodolfo II. L’imperatore lo nomina matematico imperiale e gli concede l’uso del castello di Benatky, dove il danese sogna di poter allestire una nuova Uraniborg. Rodolfo è prodigo di promosse, però quando si tratta di allargare i cordoni della borsa il ministro del Tesoro gli fa notare che i forzieri della Corona sono vuoti.

Tycho è costretto allora ad anticipare di tasca propria i pagamenti per le ristrutturazioni che devono essere apportate al castello per adeguarlo alle sue esigenze. Un inizio non proprio promettente. Comunque, le migliorie vengono condotte a termine e finalmente le osservazioni possono riprendere con una regolarità che manca dai tempi di Hven.

A questo punto l’astronomo danese si trova tra le mani una serie di misure che non ha eguali nella storia dell’astronomia, però né lui né i suoi assistenti possiedono le capacità matematiche necessarie all’organizzazione e all’interpretazione di questa mole di dati. All’apparenza ci si trova in un vicolo cieco. Invece la situazione muta all’improvviso.

Nel febbraio del 1600 varca il portone del castello di Benatky una carrozza che trasporta un passeggero proveniente dalla Stiria. È un giovane tedesco. Il suo nome è Johannes Kepler, fig. 8.

keplero

Lui e Tycho si sono conosciuti tramite lettera, non di persona. Kepler è un copernicano e ha inviato a Tycho un suo libro, il Mysterium Cosmographicum. Un’opera fondata su una visione geometrica dell’universo, nella quale si ipotizza che esista una particolare relazione di proporzionalità tra i cinque solidi platonici e le orbite dei sei pianeti allora conosciuti (nota 15).

Un’opera piena elucubrazioni e di speculazioni a priori che non entusiasma Tycho, il quale però, sotto la superficie del testo, intuisce le grandi capacità matematiche di Kepler. Proprio ciò di cui avrebbe bisogno. Egli si trova però in quel momento in esilio, in viaggio prima di giungere a Praga, e risponde al tedesco in maniera diplomatica. Ne loda l’impegno e le qualità e lo invita a continuare gli studi astronomici.

In calce, come è suo costume fare con molti che gli paiono promettenti, lo invita a unirsi a lui e ai suoi assistenti per lavorare un po’ di tempo assieme e contribuire alla realizzazione del grande edificio della nuova astronomia. Passano i mesi. Tycho si accasa a Benatky e nel frattempo si creano le condizioni perché i due si possano incontrare di persona. L’arciduca Ferdinando, governatore della Stiria, dopo un pellegrinaggio a Loreto, emana un editto nel quale impone a tutti i protestanti presenti in Stiria di abiurare oppure di abbandonare il territorio della regione entro un certo lasso di tempo. Benché abbia sposato una cattolica (nota 16), il protestante Kepler non è personaggio da abiura e si prepara ad abbandonare Graz. Dove andare però? Ciò di cui ha bisogno è di un posto tranquillo, dove poter continuare i suoi studi senza troppi assilli economici. È a quel punto che si ricorda delle parole di Tycho e che prende alla lettera il suo invito. La collaborazione tra i due è complicata. Entrambi hanno un carattere poco incline alla conciliazione e al compromesso. Tycho si fida fino a un certo punto. Kepler è una mente brillante, ma è anche un copernicano. Lo assegna al gruppo di studio sui movimenti lunari. Kepler si sente sminuito da quel ruolo. Non è capace di far lavoro di squadra. Lui è un solitario. Un teorico. Vorrebbe mettere le mani sulle misure di Marte e lavorare alla ricostruzione della sua orbita. Per conto proprio. Tycho tentenna. Vorrebbe conoscere il tedesco un po’ meglio prima di affidargli il frutto di vent’anni di osservazioni. A tutto ciò si aggiungono le difficoltà legate ai mancati pagamenti promessi da Rodolfo. Tycho è spesso a Praga per perorare la propria causa. Kepler esasperato abbandona Benatky. Si rifugia presso l’abitazione di un conoscente. La moglie, spaesata e lamentosa, non lo aiuta a ragionare con serenità sulla situazione. Tycho invia uno dei propri figli a far da mediatore. Lo strappo è ricucito. Kepler ottiene il permesso di lavorare da solo, ma non ha ancora accesso alle misure di Marte. Il suo stipendio, come quello di molti altri, continua a non essere pagato. Il che non contribuisce certo a rasserenare gli animi. All’improvviso, autentico fulmine a ciel sereno, arriva la morte di Tycho. Con buona probabilità per avvelenamento da mercurio sulle cui cause si sta ancora discutendo (nota 17). È l’autunno del 1601. Tutto pare crollare. In realtà, nella confusione dei giorni immediatamente successivi al funerale, i quaderni con tutte le misure di Marte finiscono nelle mani di Kepler, il quale li restituisce parecchi mesi dopo, e solo su richiesta dei parenti di Tycho, a conclusione del lungo inventario dei beni dello scienziato scomparso.

A parte la modalità alquanto singolare con la quale riesce a entrare in possesso delle misure, Kepler si dedica con scrupolo allo studio dell’orbita di Marte. Egli pensa di potersela cavare in otto settimane di lavoro. In realtà il compito assorbe tutte le sue energie per quasi otto anni. Partendo dall’assunto che l’orbita marziana dovrebbe svilupparsi in circolo lungo un deferente costruito attorno a un eccentrico, si trova in difficoltà nel calcolo dell’equante corrispondente. Gli errori che commette sono nell’ordine dei minuti d’arco. Per l’epoca un errore del tutto trascurabile, ma Kepler sa che le misure di Tycho sono così precise che anche un errore all’apparenza tanto insignificante non può essere tollerato. Ricomincia allora da capo. Più volte. Alla fine, per disperazione, abbandona l’idea delle orbite circolari (nota 18) e tenta con altri tipi di curve. Le coniche si rivelano adatte. L’orbita di Marte è un’ellisse perfetta – anche se la sua eccentricità la rende molto simile a una circonferenza – nella quale il sole occupa uno dei fuochi. Inoltre Kepler capisce che la differente velocità dei pianeti lungo l’orbita è determinata dal fatto che ciò che rimane costante è l’area spazzata dalla congiungente sole/pianeta, il che archivia anche gli equanti.

astronomia nova - kepleroI risultati delle sue ricerche vengono pubblicati nell’Astronomia Nova, fig. 9. Testo nel quale vengono per la prima volta esposte le tre leggi oggi note come “tre leggi di Keplero”(nota 19). La base dell’astronomia moderna. Nella copertina del libro Kepler, nel frattempo nominato matematico imperiale, non dimentica di rendere il dovuto tributo a Tycho, senza le misure del quale il suo lavoro non avrebbe visto la luce. Un anno dopo che è stato dato alle stampe l’Astronomia Nova, Galileo Galilei, fig. 10, ha tra le mani uno strumento di fabbricazione parigina, “col quale le cose lontane si vedevano così perfettamente come se fussero state molto vicine”.

L’italiano comprende che può avere applicazioni scientifiche oltre che militari e ne realizza un esemplare nella propria officina, grazie all’aiuto di Marcantonio Mazzoleni. Quindi lo punta verso i cieli. Quello che Galileo vede, viene a sua volta pubblicato, nel marzo del 1610, sotto il titolo di Sidereus Nuncius , fig. 11,  nel quale si descrivono i rilievi lunari e gli ammassi di stelle che formano la Via Lattea, invisibili a occhio nudo, ma soprattutto si annuncia la scoperta di satelliti che ruotano intorno a Giove (nota 20). La comunità scientifica accoglie il Sidereus con molta cautela e un certo scetticismo, anche perché le lenti, delle quali non si comprende ancora bene il funzionamento, sono considerate più strumenti da maghi che da scienziati. L’unico che difenderà fin dal principio il lavoro di Galileo, senza peraltro poter usare il cannocchiale fino alla fine dell’estate, è proprio Kepler.  Il matematico imperiale scrive all’italiano appoggiando e sostenendo le sue affermazioni.

galileo

Quindi lavora alla stesura del Dioptrice – del quale nel 2011 ricorre il quarto centenario della pubblicazione – di fatto un testo di ottica nel quale dà ragione dell’impiego delle lenti, confutando le obiezioni di tutti coloro che ne contestano l’utilizzo (nota 21), e propone un modello migliorato del telescopio con due lenti convesse che producono un’immagine molto più nitida anche se ribaltata. Dopo la pubblicazione del Dioptrice – fig. 12 – la rivoluzione copernicana, nel senso in cui è stata trattata in queste pagine, può dirsi conclusa. Chi, nella comunità scientifica, possedeva l’apertura mentale per essere convinto, aveva a disposizione le prove inconfutabili della correttezza del sistema eliocentrico. La fragile caravella messa in acqua da Copernico a questo punto ha percorso molta strada e affrontato molte tempeste. Il suo viaggio però è ancora lungo. Molte altre tempeste sono da venire. Ma si tratta di tempeste nelle quali l’aspetto scientifico è relegato in secondo piano.

Il frontespizio della Dioptrice, l’opera di Keplero con la quale ha avuto inizio l’ottica moderna.

NOTE

Nota 1: Ricordiamo che nell’antichità un sistema eliocentrico era già stato introdotto da Aristarco di Samo e anche dai Pitagorici.
Nota 2: Il che non implica che dopo questa data tutti siano diventati copernicani. Queste letture a posteriori sono sempre un po’ artificiali e c’è sempre qualcosa o qualcuno che sfugge tra le maglie delle reti con cui si vogliono imbrigliare gli eventi.
Nota 3: Quasi tutta la vita di Copernico.
Nota 4: Una leggenda vuole che Copernico lo abbia avuto tra le mani, fresco di stampa, solo pochi istanti prima di spirare. Qualche decennio prima era comunque circolato in Europa un manoscritto, il Commentariolus, nel quale Copernico aveva anticipato il suo pensiero e prometteva presto la pubblicazione di un testo che sarebbe entrato in merito all’argomento con maggiori dettagli.
Nota 5: In arabo al-magest significa il Supremo.
Nota 6:  Questa è un’esigenza che fu propria dell’epoca medioevale.
Nota 7: Acqua, aria, terra, fuoco.
Nota 8: Al principio attribuita per errore allo stesso Copernico, poi correttamente ascritta a un amico dello studioso polacco: il vescovo Osiander.
Nota 9: Tanta diversità di interpretazione del fenomeno è infatti ascrivibile all’inaffidabilità degli strumenti in uso rispetto alla misura da compiere e ai modi maldestri di chi li adopera.
Nota 10: Ricordiamo che arriverà a contrarre un matrimonio morganatico.
Nota 11: Misure astronomiche migliori di quelle che Tycho ottenne a occhio nudo verranno prese solo al principio del XIX secolo.
Nota 12: L’angolo di parallasse delle stelle fisse è troppo piccolo per la sensibilità dei suoi strumenti.
Nota 13: In realtà, come già aveva fatto Copernico con Aristarco di Samo e i Pitagorici, Tycho rielabora un’idea del mondo antico, in questo caso di origine egiziana.
Nota 14: In parte per alcune inadempienze di Tycho nei confronti della Corona che si sommano al suo pessimo carattere, in parte perché il re preferisce convogliare i fondi destinati all’isola di Hven in investimenti per il miglioramento dell’esercito.
Nota 15:“Il Creatore Ottimo Massimo, nella creazione di questo nostro mondo mobile e nella disposizione dei cieli, ha guardato a quei cinque corpi regolari che hanno goduto di ‘si gran fama dai tempi di Platone, e alla loro natura ha accordato il numero e la proporzione dei cieli e i rapporti dei moti celesti” Kepler, Mysterium Cosmographicum.
Nota 16: La figlia di un mugnaio, due volte vedova, con una figlia alla quale Kepler è legato da sincero affetto.
Nota 17: Forse in seguito ad alcuni esperimenti alchemici oppure alle cure somministrategli per problemi ai reni di cui Tycho aveva sofferto nei giorni precedenti la morte. Oppure, meglio ancora, per entrambe le cause.
Nota 18: L’ultimo grande baluardo della visione tolemaica.
Nota 19: La prima afferma l’ellitticità delle orbite planetarie, la seconda la costanza della velocità areolare e la terza introduce una proporzionalità tra il periodo di rivoluzione di un pianeta attorno al sole e il semiasse maggiore della sua orbita. Quest’ultima, che verrà meglio approfondita in un testo successivo – l’Harmonice mundi – è di fatto un retaggio della visione geometrica del cosmo che Kepler aveva introdotto nel suo Mysterium.
Nota 20: “Un eccellente argomento per togliere ogni dubbio a coloro che pur accettando la rivoluzione dei pianeti intorno al sole nel sistema di Copernico, sono turbati dal movimento della luna intorno alla Terra” Kepler, Dissertatio cum Nuncio Sidereo.
Nota 21: Alcuni illustri luminari aristotelici dell’epoca non solo rifiutano le conclusioni del Sidereus, ma addirittura si rifiutano di accostare l’occhio al telescopio galileiano.

Francesco Ongaro è nato a Brescia nel 1966, vive in Franciacorta.
È laureato in fisica, si divide tra la scrittura e l’insegnamento.
Ha pubblicato due romanzi storici che sono stati tradotti in diverse lingue:
L’uomo che cambiò i cieli (imperniato sulla figura dell’astronomo danese Tycho Brahe e sulla rivoluzione copernicana)
e Memorie di un cartografo veneziano (che ha per protagonista Sebastiano Caboto
ed è ambientato nel secolo delle grandi esplorazioni).









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