Le attività da svolgere in un Osservatorio Astronomico aperto al pubblico

novembre 28, 2011  |   AstronomiaNova   |     |   1 Commento

di Gabriele Vanin

Divulgare l’astronomia

Io penso che, per un’associazione astronomica, sarebbe preferibile svolgere presso l’osservatorio dell’associazione tutte, o quasi tutte, le attività di divulgazione dell’astronomia svolte dall’associazione stessa, per vari motivi. Innanzitutto perché è più comodo per gli operatori, e poi perché si garantisce un punto di riferimento unitario, un polo di aggregazione per la collettività, un luogo dove il proselitismo può rivelarsi più facile e produttivo, un centro in grado di porsi come referente autonomo e di alto livello per gli enti locali. Insomma, un osservatorio astronomico aperto al pubblico deve caratterizzarsi come un luogo dove si fa cultura, al pari di teatri, cinematografi, musei, biblioteche, mostre, a livello elevato e rigoroso, e in modo permanente e sufficientemente prolungato nel corso dell’anno.

Se è possibile, quindi, in un locale dell’osservatorio dovrà essere sempre allestita una mostra fotografica con ampie didascalie esplicative, contenente foto sia riprese con strumenti dell’associazione sia con strumenti professionali, sia con sonde spaziali, oltre, naturalmente, a numerosi diagrammi esplicativi. La mostra potrà essere visitabile prima dell’inizio delle osservazioni o contemporaneamente, quando l’eventuale eccessiva affluenza di pubblico consiglierà di dividere i visitatori in due gruppi. Bisognerà sempre, naturalmente, e prima dell’osservazione, spiegare la differenza fra la ripresa fotografica e l’osservazione visuale di un medesimo oggetto, in particolare per gli oggetti diffusi, per non provocare fraintendimenti e delusioni.

Se è disponibile una saletta con una cinquantina di posti a sedere, sarà buona cosa organizzare dei cicli di conferenze su vari argomenti, tenuti da membri dell’associazione, con frequenza di una conferenza al mese, o più spesso se si opera in un comprensorio popolato e sensibile alle tematiche. Conferenze su argomenti di più ampio respiro, organizzate contattando eventual­mente relatori esterni, saranno riservate a particolari occasioni e potendo contare su sale di almeno 150 posti. Le conferenze potranno proporsi anche in alternativa alla serata di osservazione, in caso di cielo coperto. Comunque, è sempre auspicabile aprire l’osservatorio nelle serate programmate con qualsiasi condizione di tempo. Non si può contare, infatti, che in caso di maltempo la gente resti tutta a casa, e poi spesso lo strato nuvoloso non è così denso da non consentire almeno l’osservazione della Luna e in molti casi, poi, può aver luogo un repentino miglioramento o una schiarita. In ogni caso, è buona norma attrezzarsi per mostrare immagini registrate con videocamera o tenere comunque una conversazione interessante di astronomia.

Le serate di osservazione andrebbero organizzate almeno una volta al mese, per almeno nove mesi all’anno. Mi pare il minimo per una piccola associazione, che non può contare sul contributo di molte persone e ha finanziamenti limitati. Nei casi più favoriti, tuttavia, l’appuntamento può essere quindicinale, settimanale o addirittura bisettimanale e prolungarsi per undici mesi all’anno. La cupola andrebbe aperta almeno una sera intorno al primo quarto e una intorno al novilunio, per permettere l’osservazione completa degli oggetti più interessanti (comprendendo la Luna da una parte e la visione delle costellazioni a occhio nudo dall’altra). Que­sto comporta, naturalmente, l’effettuazione di una propaganda sufficientemente capillare tutti i mesi o la diffusione di un programma preparato in anticipo con cadenza annuale o semestrale. Si può decidere, invece, di aprire a giorni fissi, indipendentemente dalle fasi lunari, per esempio il primo e il terzo martedì del mese, o il giorno 10 e il giorno 20 di ogni mese, e così via. In questo modo si prende, dal punto di vista astronomico, quello che viene, ma l’appuntamento può diventare un riferimento fisso per l’intera collettività e, soprattutto, costituire un risparmio in termini di denaro ed energia, poiché non si rende necessario, ogni volta, mettere in moto il meccanismo promozionale.

La serata di osservazione dev’essere organizzata in modo accurato, senza lasciare, per quanto possibile, nulla al caso, utilizzando al meglio tutte le strutture che si possiedono. Se l’affluenza si rivela abitualmente elevatissima, può essere utile effettuare delle visite esclusivamente su prenotazione telefonica, a numero chiuso, come viene fatto in alcune strutture. L’osservatorio dovrebbe essere anche disponibile ad ospitare corsi residenziali effettuati da scuole del comprensorio, eventual­mente in collaborazione con altre associazioni e strutture didattiche nel campo delle scienze e previo accordo con le strutture ricettive.

Questi campi, prevalentemente svolti d’estate, ma an­che durante le vacanze invernali e pasquali, erano molto diffusi nel passato solo in alcuni paesi esteri ma finalmente hanno preso un po’ piede anche da noi, in varie parti d’Italia.

Insegnare l’astronomia

Purtroppo, pochissime istituzioni pubbliche si occupano in Italia della didattica scolastica dell’astronomia e la maggior parte dei progetti di insegnamento specifico e di aggiornamento del corpo docente vengono svolti dai provveditorati e dai distretti scolastici in collaborazione con la SAIt, l’UAI e con le varie associazioni di astrofili sparse per la penisola. Pertanto il contributo dei non professionisti alla didattica è apparso e appare tuttora non solo utile e auspicabile, ma addirittura indispensabile. Più in generale, il discorso inerente la didattica dell’astronomia deve essere sviluppato e allargato a comprendere tutti gli aspetti legati all’educazione scientifica in senso globale, assai trascurata in Italia, anzi negli ultimi anni addirittura sotto evidente attacco da parte di forze politiche di ispirazione varia.   È anche carente in Italia una mentalità scientifica di tipo sperimentale, operativo, manipolativo: dalle primarie alle università la scienza si impara ancora prevalentemente in video, sul PC, alla lavagna e sui libri, anziché in laboratorio e sul campo. Manca anche, a livello universitario, la preparazione e l’addestramento agli insegnanti a saper trasmettere il proprio sapere in modo chiaro e conciso, sia ai propri studenti sia ad un pubblico generico. L’unico esperimento in questo senso, pur criticabile e senz’altro pieno di difetti, le Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, sono state incredibilmente cancellate dall’ultima riforma scolastica

Insomma, una delle attività più nobili, più stimolanti, più divertenti nella quale possa impegnarsi l’intelletto umano, l’insegnamento, trova da noi assai scarsa attenzione, e non vi sono speranze che ciò possa migliorare in futuro, anzi.

Per quanto riguarda aspetti più specifici, ritengo che l’astronomia e la scienza in generale non siano tematiche riservate agli scienziati, ma siano di tutti, siano e debbano essere popolari. Tutti coloro che si dedicano, per lavoro o per passione, alla scienza, dovrebbero dedicare un po’ del loro tempo per far sì che quest’affermazione acquisti sostanza. Anche gli astrofili debbono cominciare a porsi gli stessi interrogativi che si pongono gli scienziati professionisti, sul perché e sul come si fa ricerca, a chi e cosa serve, qual è il nostro ruolo nella società di cui facciamo parte: una risposta positiva a queste domande non può che condurre all’impe­rativo di diffondere e divulgare la scienza con ogni mezzo.

Modalità di visita

La didattica può essere svolta sia al mattino, con l’osservazione del Sole, sia soprattutto alla sera. Anche se in molte località si incontrano molte resistenze, ci si dovrebbe sforzare a far concedere  senza difficoltà il permesso agli studenti, da parte di presidi, insegnanti e genitori, di recarsi in visita presso l’osservatorio, perché soltanto di sera è possibile compiere le osservazioni e le esperienze più importanti in campo astronomico. É opportuno che venga in visita non più di una scolaresca alla volta e, se possibile, non molto numerosa. Ancor meglio è che i ragazzi vengano divisi in due gruppi, con due operatori diversi, uno dei quali potrà spiegare la parte relativa alla mostra fotografica, se presente, e a eventuali strumenti antichi e a modelli, e l’altro potrà condurre l’osservazione pratica.

Piuttosto che effettuare una sola visita estemporanea alla struttura, è bene che i gestori dell’osservatorio si accordino con gli insegnanti per compiere un percorso didattico il più completo possibile e sempre integrato dall’osservazione e dalla verifica con modelli. Così le classi che verranno saranno senz’altro molto più motivate e meglio disposte ad apprendere seguendo schemi scientifici corretti. L’ideale sarebbe che la classe effettuasse, nel corso dell’intero anno, delle osservazioni continuate del cielo, da programmare, confrontare e discutere fra operatori, studenti e insegnanti. Ancor meglio, naturalmente, sarebbe poter svolgere dei corsi di aggiornamento per gli insegnanti stessi, puntando l’attenzione soprattutto sull’acquisizione, da parte loro, delle pratiche fondamentali dell’osservazione celeste. Non capita molto spesso di potersi aggiornare divertendosi, e l’astronomia è una delle poche discipline che, con un minimo di buona volontà, permettono di farlo.

Nella didattica, sebbene non rivolta alla scuola, è compresa anche l’effettuazione di corsi di astronomia, a carattere teorico-pratico, rivolti alla cittadinanza. Tutte le associazioni dovrebbero organizzare, almeno una volta l’anno, tali corsi, che servono, al di là delle sporadiche occasioni delle serate osservative, a conquistare una conoscenza globale e circostanziata del cielo stellato e delle principali acquisizioni dell’astronomia moderna. Eventualmente, accanto al corso fondamentale (elementare) potranno essere organizzati nei mesi o negli anni successivi dei corsi di approfondimento (secondo livello) o monografici (ad esempio il sistema solare, le teorie cosmologiche, la vita nell’universo).

Formazione e informazione degli operatori

Condurre decorosamente una serata all’osservatorio non è semplice. Occorre innanzitutto una preparazione di base che non può che essere fatta da soli. Un corso di laurea in astronomia o in fisica raramente fornisce le nozioni necessarie per espletare al meglio un incarico del genere. Un bagaglio culturale come quello posseduto dall’astronomo dilettante medio è molto adatto ma, chiaramente, non basta. Occorre quindi studiare molto, aggiornarsi in continuazione, confrontarsi con gli altri e adattarsi ad imparare in ogni occasione.

Per quanto riguarda la parte teorica è opportuno studiare su testi divulgativi, scritti però da ricercatori affermati e che hanno già dato prova in passato di rigorosità, completezza e chiarezza quando scrivono per il pubblico. Un grande strumento di aggiornamento sono le riviste che in Italia pubblicano articoli su tutti i principali argomenti astronomici. Anche il web è pieno di ottimi siti, anche se non è sempre facile separare il grano dal loglio: personalmente, mi sento di spezzare una lancia per Wikipedia inglese, il cui livello è senz’altro paragonabile alle migliori enciclopedie cartacee (non lo dico io, ma è stato dimostrato da vari studi internazionali) e quasi sempre dà informazioni più esaurienti di queste e, com’è del tutto logico, molto più aggiornate. La differenza di livello, rispetto per esempio alla controparte italiana, emerge già chiaramente nelle indicazioni bibliografiche, ricche di link a siti quasi sempre molto affidabili e soprattutto di riferimenti cartacei, che il lettore può proficuamente utilizzare per ulteriori approfondimenti.

Per la parte pratica si raccomandano ovviamente le riviste di astronomia citate sopra. Per quanto riguarda i libri, negli ultimi anni è fiorita per fortuna anche nel nostro paese, per merito di piccoli editori o delle stesse riviste di astronomia, tutta una letteratura di manualistica varia che pur essendo eterogenea, è di un livello mediamente più che accettabile. In mancanza, nei vari settori, si potrà sempre attingere alla letteratura anglosassone, molto più costantemente aggiornata rispetto alla nostra.

Naturalmente, la maggior parte dell’esperienza pratica deve essere conquistata accumulando ore e ore di osservazione, a occhio nudo, con tutti i tipi di binocoli, con vari tipi di telescopi, in qualsiasi condizione di cielo e situazione atmosferica. In altre parole, bisogna sempre essere pronti a tutto. Le domande dei visitatori, per esempio, possono essere imprevedibili e così pure le situazioni; ad esempio, in una sera di cielo nuvoloso a sprazzi o di nebbia che va e che viene, quante volte ci si sente chiedere come si chiama la stella che d’improvviso fa capolino in una schiarita?

É chiaro che non è sufficiente conoscere le cose; occorre anche saperle esporre chiaramente. Sotto questo profilo bisogna dire che vi sono delle persone favorite da una certa predisposizione personale. Ma di poche persone, credo, si possa dire che non potranno mai divenire dei buoni divulgatori. C’è chi parte da posizioni vantaggiose, chi invece no ma, con la buona volontà e una buona dose di determinazione, si possono fare insospettabili progressi sul piano dell’eloquenza. Per acquisire scioltezza e proprietà di linguaggio è opportuno, all’inizio, esercitarsi in associazione, tenendo delle conversazioni su vari argomenti e sottoponendosi al giudizio critico dei più preparati e competenti fra i soci. Anche i migliori, comunque, dovrebbero sottoporsi periodicamente a queste verifiche ed accettare di buon grado i suggerimenti e le indicazioni degli altri, che possono ben rappresentare, in questo caso, le esigenze di chiarezza e comprensibilità da parte del pubblico.

Un buon divulgatore non deve mai dare nulla per scontato e, se ha qualche dubbio, è meglio che chieda alle persone presenti se può sorvolare o meno su un concetto. D’altro canto, se non sa rispondere a un quesito è meglio che lo ammetta senza riserve, piuttosto che inventare delle spiegazioni raffazzonate sapendo che, tanto, può raccontare quello che vuole con elevatissime probabilità di farla franca. Nessuno ha un’enciclopedia in testa, anche i più bravi ignorano molte cose e sta a noi abituare la gente ad apprezzare l’onestà e la modestia culturale. Molte risposte, comunque, anche se non si conoscono, sono intuibili per mezzo del buon senso, del ragionamento e della conoscenza generale dei principali problemi scientifici: cercare di arrivare a una soddisfacente risposta attraverso il ricorso a tutto ciò, interagendo con il pubblico e coinvolgendolo, è uno dei meriti maggiori a cui un buon divulgatore e didatta può aspirare.

La spiegazione non dev’essere mai eccessivamente lunga, bensì semplice, rigorosa e composta da frasi brevi e costruite nel modo più lineare possibile, preferibilmente in forma attiva e non passiva. Per spiegare i concetti più difficili è opportuno utilizzare degli esempi chiari, ma appropriati e calzanti. Il tono di voce, per quanto possibile, non dev’essere uniforme. Certo, non è facile addormentarsi in osservatorio, in piedi e magari al freddo, come nel complice e tiepido buio di una sala, tuttavia una voce stentorea, chiara e continuamente variabile nelle inflessioni aiuterà a tenere desta l’attenzione. Inutile dire che le battute di spirito sono gradite, a patto però che la loro efficacia sia ben sperimentata.

Per condurre una visita con una scolaresca è preferibile che l’operatore sia anche insegnante o che, perlomeno, abbia sperimentate capacità didattico-educative. Oltre a una maggiore dose di pazienza, occorre infatti conoscere i meccanismi di apprendimento tipici di ogni età; la maniera di porgere i concetti deve essere infatti affatto diversa, nel senso che, più che dire o riferire delle nozioni, è necessario che il processo di apprendimento parta prevalentemente dagli allievi. Si inizia con l’osservazione, si prosegue con un tentativo di interpretazione del fe­nomeno tramite delle ipotesi, si discutono le ipotesi con gli insegnanti e l’operatore, e si giunge infine, con un percorso sofferto ma personale, introiettato, vissuto e soprattutto radicato nella mente dello studente, ad una risposta che tuttavia è e dev’essere ancora suscettibile di verifiche e perfezionamenti. Come si vede, null’altro che l’eterno processo con cui procede la scienza e che costituisce anche il miglior metodo di apprendimento critico secondo le moderne vedute psicopedagogiche.  Naturalmente la stessa cosa con gli adulti sarebbe difficile da realizzare, sia per il tempo necessario, sia per la minore, e già cristallizzata, capacità d’apprendimento, sia perché le visite degli adulti solitamente sono sporadiche. Nulla vieta, comunque, di adottare questo metodo nell’effettuazione dei corsi di astronomia generale tenuti presso l’osservatorio.

Con gli studenti occorre sempre cercare di rispettare quella che possiamo chiamare  cronologia didattica. Con ragazzi di terza media, ad esempio, è assurdo introdurre nozioni sulle coordinate celesti o, parlando dell’evoluzione stellare, esporre il diagramma H-R. Parlare della precessione degli equinozi, per fare un altro esempio, è rischioso anche con ragazzi del liceo, se questi non possiedono già dei prerequisiti sulle coordinate celesti o sull’obliquità dell’eclittica. L’operatore dovrebbe sempre cercare di capire quali sono le conoscenze possedute e quale tipo di lavoro preparatorio è stato fatto, se è stato fatto, in classe. La scelta degli argomenti da trattare è quanto mai delicata e spetta interamente al conduttore, ma è sempre meglio cercare di affrontare meno concetti, ma in  maniera chiara e approfondita per quanto il livello di base lo consente, piuttosto che porre troppa carne al fuoco. Anche il livello dell’esposizione e la scelta dei vocaboli, naturalmente, dovrà adeguarsi all’uditorio.

Problemi con il pubblico

La più importante dote dell’operatore di un osservatorio pubblico dev’essere, probabilmente, la pazienza. Molto spesso, infatti, si è stanchi della giornata lavorativa, non si vede l’ora di finire e di mandare a casa tutti, ci si stupisce che vi sia gente che si vuol fermare oltre le 23 o addirittura le 24, ci si lamenta del fatto che stiamo fornendo un servizio gratuito e le persone non se ne rendono conto. Tutto questo produce, in qualcuno, degli at­teggiamenti antipatici e assolutamente inammissibili: autocelebrazioni, polemiche inutili, sterili rimproveri, arrivando addirittura a rinfacciare al pubblico la sua presenza in specola. Occorre quindi fare molta attenzione: non è stato il dottore ad ordinarci ciò che stiamo facendo e se lo facciamo dobbiamo essere sicuri di poter reggere al meglio, non solo “tollerare”, il contatto con il pubblico.

Esistono persone di tutti i tipi, nel vasto mondo, e possiamo essere certi che questo ampio campionario entrerà anche nel nostro osservatorio. Certamente, vi sono anche le sere fortunate nelle quali l’uditorio è formato tutto da persone dell’altro sesso, carine, gentili, abbastanza informate e tuttavia desiderose di approfondire ulteriormente la loro conoscenza ma queste, come tutti sanno, possono anche non capitare mai nella vita di una persona. Nei limiti del possibile, quindi, non dobbiamo mai stupirci della talvolta incredibile ignoranza delle persone, della loro insistenza su domande apparentemente sciocche o assurde, della loro incapacità a capire le cose e i fenomeni più banali: poiché noi, in definitiva, siamo educatori, sarà anche merito della nostra pazienza, perseveranza e testardaggine se queste persone, in futuro, continuando a frequentarci, cambieranno il loro habitus mentale.

Naturalmente, però, non si deve tollerare la maleducazione o gli atteggiamenti irresponsabili. Bisogna spiegare chiaramente, all’inizio, che l’ambiente nel quale ci si trova contiene attrezzature delicate e costose e che tutti debbono rispettare alcune semplici norme come l’ordine nella fila, non appoggiarsi al telescopio, non parlare a voce alta col vicino mentre si sta spiegando, non uscire prima che sia finito il turno di osservazione, non toccare con le dita le lenti, ecc. Se sarete chiari, all’inizio, con le raccomandazioni necessarie alla vostra particolare siste­mazione logistica, eviterete molte incomprensioni e anche, probabilmente, di passare per antipatico.

Non appare sprecata, di questi tempi, una raccomandazione nel caso che il pubblico sia una scolaresca in visita. Dev’essere chiaro, e va stabilito a priori, che dovete poter contare sull’aiuto e la sorveglianza degli insegnanti e/o dei genitori accompagnatori. In mancanza di questo supporto, diventa materialmente impossibile che l’operatore, da solo, sia in grado di gestire il discorso educativo, con il rischio che si perda l’intera utilità della lezione.

Gabriele Vanin

è Presidente emerito dell’UAI e Presidente dell’Associazione Rheticus. Ha pubblicato 450 articoli e 25 libri, alcuni dei quali tradotti in Francia, Germania, Canada e Stati Uniti. Ha tradotto e curato le opere di alcuni importanti astronomi stranieri. Si occupa soprattutto di comete e meteore, supernovae, storia dell’astronomia, divulgazione e didattica. Ha appena pubblicato Tempeste di stelle cadenti, edizioni Rheticus.

La sua opera è in: www.gabrielevanin.it.

1 Commenti di questo articolo

  • Nicolò

    dicembre 1st, 2011 on 20:32

    Articolo molto interessante che mi ha riportato in mente il libro dello stesso autore “Osservatorio pubblici guida alla gestione”.
    Da astrofili spesso ci si improvvisa divulgatori, con buoni o scarsi risultati, ma sicuramente utile o consigliata una pianificazione e magari i consigli di chi ha alle spalle anni di esperienza, ben vengano dunque approfondimenti come questo.

    Detto questo la diffusione dell’astronomia in quanto “cultura” secondo me non è possibile sotto il capello del volontariato e della gratuità. Un servizio a pagamento, alcune volte nell’ambito dell’astronomia italiana ancora considerato una scelta non felice (!), non può che aumentare la qualità, la costanza del servizio, non più legato alla disponibilità (leggi voglia) dei singoli volontari, e creare professionalità che possono realmente dedicarsi alla divulgazione.









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