Ippogrifi e Carte lunari – La selenografia ai tempi di Galileo Galilei

novembre 16, 2017  |   Ean News,In Primo Piano   |     |   0 Commenti
Ippogrifi e Carte lunari – La selenografia ai tempi di Galileo Galilei

MOSTRA

Ippogrifi e Carte lunari

La selenografia ai tempi di Galileo Galilei

Bondeno (Ferrara), Pinacoteca Civica,  dal 16 dicembre al 28 gennaio 2018

Rodolfo Calanca 

locandina-luna-mostra

 

La selenografia, nell’accezione moderna del termine, risale all’epoca dell’introduzione del cannocchiale nell’osservazione astronomica, nel momento in cui la risoluzione dei dettagli percepibili sulla superficie lunare passa repentinamente da un primo d’arco, dell’osservazione ad occhio nudo, ai 10÷20 secondi d’arco dei cannocchiali di Galileo Galilei nel 1609.

Lo stesso Galileo usa il termine selinografia nel Dialogo sopra i massimi sistemi, dove scherza sul fatto che i selinografi non avessero ancora operato in modo sistematico nella descrizione della superficie del nostro satellite: “io non so che ci sieno stati in Terra selinografi curiosi, che per lunghissima serie di anni ci abbiano tenuti provvisti di selinografie così esatte, che ci possano render sicuri, nissuna tal mutazione esser già mai seguita nella faccia della Luna; della figurazione della quale non trovo più minuta descrizione, che il dire alcuno che la rappresenta un volto umano, altri ch’è simile a un ceffo di leone, ed altri che l’è Caino con un fascio di pruni in spalla. Adunque il dire <il cielo è inalterabile, perché nella Luna o in un altro corpo celeste non si veggono le alterazioni che si scorgono in Terra> non ha la forza di concluder alcuna cosa”.

Secondo l’opinione di molti studiosi, la selenografia si può dividere in sei periodi.

Nel primo periodo, che va dal primo utilizzo del cannocchiale nelle osservazioni celesti – a partire dalla metà del 1609, un annus mirabilis per la scienza – al 1630 circa, le raffigurazioni del nostro satellite sono finalizzate a far conoscere l’esistenza delle sue terre, mari, vallate e imponenti montagne e, in antitesi alle millenarie idee aristoteliche, che essa è un mondo simile al nostro.

Le carte lunari del periodo, tutte di piccole dimensioni,sono carenti di dettagli anche per la scadente qualità e la bassa risoluzione dei cannocchiali. In questo primo periodo inizia a fiorire la letteratura “fantasy” nella quale la Luna e, per estensione gli altri pianeti, viene descritta come un mondo abitato da esseri viventi.

Il secondo periodo della storia della selenografia, che termina alla fine del Seicento, è caratterizzato da un’importantissima finalità pratica: il difficile problema di determinare le longitudini geografiche, specialmente in mare. Nel 1474, Johannes Müller da Königsberg (1436 –1476), detto Regiomontano, suggerì un metodo basato sulla posizione della Luna rispetto alle stelle fisse. Esso esigeva la disponibilità di un catalogo stellare piuttosto ampio e molto accurato.

Per questo motivo in Inghilterra, nel 1675, fu fondato l’osservatorio di Greenwich ed il primo astronomo reale, John Flamsteed (1646–1719), fu incaricato di osservare il cielo e di compilare un preciso catalogo di 3000 stelle, che vide però la luce, dopo molte vicissitudini, solo nel 1725. Per trovare la longitudine con questo metodo, mancava ancora un’adeguata teoria del moto lunare, problema affrontato dal secondo astronomo reale, Edmond Halley (1656 –1742). Nel frattempo, fu ampiamente utilizzato un altro metodo per trovare le differenze di longitudine, quello basato sull’osservazione delle eclissi di Luna. Con questo secondo sistema, Pierre Gassendi (1592 –1655) e il ricco aristocratico provenzale Nicolas-Claude Fabri de Peiresc (1580 –1637), colsero un risultato di straordinario interesse, la determinazione delle reali dimensioni del Mediterraneo.

L’eclisse lunare del 27 agosto 1635 costituì l’occasione per attivare la prima rete d’osservazione astronomica simultanea a fini geografici. Grazie alle influenti conoscenze politiche di Peiresc, alcuni gesuiti, al Cairo, Aleppo, Cartagine, Malta e Italia, opportunamente addestrati nell’uso dei sestanti astronomici, parteciparono al progetto. Il loro compito era di rilevare, con la massima precisione possibile, l’ora locale dell’inizio dell’eclisse lunare: la differenza dei tempi avrebbe fornito la differenza di longitudine tra le diverse località.

Le osservazioni raccolte, esaminate e confrontate, diedero un risultato che lasciò allibiti: il Mediterraneo si estendeva in longitudine 20° in meno di quanto creduto da Tolomeo (100 circa – 175 circa), le cui carte geografiche erano ancora in uso in piena epoca Barocca. Con questa misurazione, il Mar Nostrum si restringeva di ben 1000 chilometri e si scoprì poi che l’errore tolemaico era nella lunghezza della sua parte più orientale, da Cartagine ad Alessandria, ampiamente sovrastimata. Per ottenere una miglior precisione, il metodo delle eclissi lunari di Gassendi e Peiresc richiedeva la disponibilità di una mappa dettagliata del nostro satellite. A causa delle difficoltà nell’apprezzare il momento d’inizio del fenomeno, sarebbe stato preferibile che due osservatori seguissero il procedere dell’ombra della Terra su mari e crateri sicuramente individuati e, contemporaneamente, rilevassero il tempo locale di tali accadimenti.

E’ evidente che, anche in questo caso, la differenza dei tempi d’occultazione faceva conoscere la differenza nella longitudine degli osservatori. Purtroppo però il progetto di Peiresc e Gassendi, rimase largamente incompiuto per la morte del nobile provenzale.

Nel suo monumentale Almagestum Novum, il gesuita stellatese Giovanni Battista Riccioli (1598-1671) pubblicò due carte, di fondamentale importanza storica, disegnate dal confratello Francesco Maria Grimaldi (1618-1663), divenuto famoso per la scoperta della diffrazione della luce.

Riccioli ci dà una descrizione del lungo lavoro d’osservazione che tenne occupato Grimaldi tra il 1647 e il 1650: “al telescopio [Grimaldi] esamina una ad una tutte le parti della superficie lunare, grandi, piccole e minime; immediatamente le confronta con i disegni di van Langren e di Hevelius che suole tenersi davanti; riconosce molti particolari resi anche da loro egregiamente; non pochi tuttavia ne rimangono, che sono da aggiungere o da correggere per quanto concerne la posizione, la grandezza, la forma, la simmetria o il chiaroscuro. Pertanto traccia nuovi disegni, e li ripete per migliorarli sempre più, senza smettere finchè non gli sembra di aver raggiunto la più perfetta somiglianza dei pur minimi particolari del volto della Luna. Per quanto poi riguarda i limiti, le zone e i periodi della librazione, ha fatto fino ad oggi tante osservazioni, che potrebbe scrivere da esse un intero volume”.

Nell’Almagestum, le due carte selenografiche hanno entrambe 28 centimetri di diametro. A differenza di altri autori, Riccioli non ebbe alcun timore di turbare la delicata sensibilità degli eruditi e dei potenti del suo tempo: la sua toponomastica, costituita da 248 nomi, ed infarcita di personaggi antichi e moderni, tra i quali Grimaldi e se’ stesso, ebbe gran successo e, dalla metà del secolo successivo, sostituì quasi integralmente quelle precedenti.

Il terzo periodo della selenografia dura all’incirca un secolo e si conclude alla fine del Settecento, quando lo studio della Luna perde di attualità ed il numero delle mappe pubblicate del nostro satellite diminuisce vistosamente. La miglior carta lunare di questo periodo fu disegnata da Tobias Mayer (1723 –1762) e fu pubblicata postuma.

Nel corso del quarto periodo la Luna è studiata nei più fini dettagli da Johann Hieronymus Schröter (1745 – 1816), Wilhelm Beer (1797-1850) e Johann Heinrich Maedler (1794-1874).

Per Beer e Maedler la Luna è un astro che non ospita alcuna forma di vita e bastò questa convinzione, pubblicamente espressa, per determinare, tra gli astronomi professionisti, una perdita di interesse per il nostro satellite che si riaccese però vigorosamente quando un astronomo di grande prestigio, il tedesco Johann Friedrich Julius Schmidt (1825-1884,) annunciò l’osservazione di un cambiamento nella forma di un cratere. Con ogni probabilità, quello osservato non fu affatto un reale cambiamento, bensì una semplice impressione prodotta da una più efficace capacità di percepire dettagli fini sul nostro satellite resa possibile dalla maggior risoluzione dei telescopi utilizzati. Questo periodo culmina con i primi tentativi di fotografare la Luna negli anni Trenta-Quaranta dell’Ottocento.

La pubblicazione del grande Atlas Photographique de la Lune (1896-1910) realizzato da Maurice Loewy (1833-1907) e Pierre Puiseux (1855-1928), che riuscirono nell’impresa grazie all’insostituibile aiuto di Charles Le Morvan (1865-1933), diede inizio al quinto periodo della selenografia, che arriva fino agli anni Cinquanta del secolo scorso.

Il sesto periodo, ancora in corso, è caratterizzato da uno straordinario sviluppo tecnologico e dai progressi dell’astronautica. La Luna è fotografata più volte dalle sonde sovietiche e americane e, nel 1969, si raggiunge l’apogeo dell’avventura umana nello spazio con lo sbarco degli astronauti dell’Apollo 13 sulla superficie del nostro satellite.

 

La mostra è un evento espositivo che si prefigge lo scopo di investigare il primo ed il secondo periodo della selenografia e vuol valorizzare, in particolare, i contributi di Grimaldi e di Riccioli (rispettivamente, bolognese e stellatese di Bondeno).

Daremo quindi ampio spazio alla nascita della selenografia secentesca, dal Sidereus Nuncius di Galileo Galilei (la prima pubblicazione a stampa che contiene disegni della Luna eseguiti con l’ausilio del cannocchiale) alla grande carta di Giovanni Domenico Cassini oltre che ad esaminare i problemi legati alla scelta della toponomastica lunare. Ed è proprio in questo particolare ambito che il contributo di Grimaldi e Riccioli risalta ampiamente.

La moderna osservazione scientifica del cielo, e della Luna in particolare, ha avuto inizio nel primo decennio del Seicento, grazie al cannocchiale di Galileo, che scrutava il cielo a poche decine di chilometri a nord della città estense di Ferrara, mentre la toponomastica lunare, ancora oggi ampiamente in uso, è stata inventata, un decennio dopo la morte di Galileo, dallo stellatese Giovanni Battista Riccioli, quando insegnava nel collegio gesuitico di Bologna, quindi a poche decine di chilometri a sud dalla sua città d’origine.

 

AUTORI E CURATORI DELLA MOSTRA

Nasce da un’idea di Rodolfo Calanca (che ha curato anche i testi) e di Daniele Biancardi, mentre l’ideazione grafica è di Giulia Osti.

 









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